Hacking&hacktivism: le frontiere delle lotte sociali nell’era digitale

12 07 2011

Finmeccanica, Eni, Enel, Sony e Mediaset, e poi ancora, le pagine web del Governo, di Berlusconi e del Pdl, Agcom e i siti di 18 università italiane: sono soltanto alcuni degli obiettivi che negli ultimi mesi sono stati presi di mira dalla rete Anonymous, unione di hacktivists (attivisti che praticano l’hacking come mezzo per le battaglie sociali), che è riuscita negli ultimi tempi a mettere sotto scacco le pagine web di alcune delle principali e più discusse aziende e istituzioni italiane.

Quella chiamata Anonymous non è, in senso stretto, una vera e propria organizzazione ma, più che altro, un’ “identità condivisa”, una firma collettiva utilizzata liberamente da numerosi hacker, per rivendicare le azioni di sabotaggio portate a termine contro gli obiettivi prescelti, i quali, spesso, non sembrano essere individuati sulla base di una specifica piattaforma programmatica.
Secondo la definizione di Chris Landers, “Anonymous è la prima coscienza cosmica basata su Internet, è un gruppo, nello stesso senso in cui uno stormo di uccelli è un gruppo. Come si fa a sapere che è un gruppo? Perché viaggiano nella stessa direzione. In qualsiasi momento, più uccelli possono unirsi, lasciare lo stormo o staccarsi completamente verso un’altra direzione.”
Gli Anonymous in realtà non amano definirsi e, probabilmente, è proprio l’impossibilità di circoscriverli in una composizione unica ad aver permesso il successo di uno straordinario numero di loro azioni.

Le operazioni del gruppo di hacker si sono intensificate soprattutto in seguito alla vicenda Wikileaks e all’arresto di Julian Assange, come sostegno alla sua azione di boicottaggio attivo dei governi e delle istituzioni mondiali, ed hanno visto spesso la collaborazione con un’altra famosa rete di hacktivists, denominata LulzSec.

Tra le vittime più recenti dei “cyber-sabotaggi” (compiuti tramite la tecnica Ddos, “Distribuited denial of service”, ovvero richieste di massa di accesso al sito, con l’obiettivo di portarlo al limite delle prestazioni, renderlo saturo e causare la “negazione del servizio”), figurano i siti web del Popolo della Libertà e di Silvio Berlusconi, i quali sono rimasti irraggiungibili per ore; sorte che è toccata in maniera identica, alcuni giorni più tardi, al sito dell’Agcom, come denuncia della “procedura veloce e puramente amministrativa di rimozione di contenuti online considerati in violazione della legge sul diritto d’autore”, voluta dall’Autorità garante per le comunicazioni a tutela del copyright.
Secondo Anonymous il procedimento sommario istituito dall’Agcom minerebbe “alle fondamenta il diritto di avere una Rete libera e imparziale”.

La risposta dell’Autorità non si è fatta attendere e, in una nota, ha commentato che “l’attacco al sito dell’Agcom, che fornisce un servizio ai cittadini, è un gesto che danneggia tutti e fa riflettere su come qualcuno intenda il concetto di libertà”, mentre “da parte sua l’Autorità ha invece scelto la via democratica di un’amplissima partecipazione, del più aperto dibattito e della consultazione di tutte le parti”.

La vicenda Agcom ha aperto un amplissimo dibattito all’interno della Rete e di tutta la società civile, dibattito che si è poi concretizzato in una grande giornata di protesta e in una parziale marcia indietro dell’Autorità rispetto alle precedenti disposizioni per la rimozione dei contenuti web incriminati.

Ma l’ampia eco che ha avuto la vicenda e l’eclatante azione degli hacker ai danni dell’Autorità ha fatto sì che, proprio alla vigilia dell’approvazione della delibera Agcom, venisse portata a termine una vasta operazione della Polizia Postale, che ha condotto alla denuncia di 15 persone, perlopiù giovani tra i 15 e i 28 anni, accusati di essere parte della rete Anonymous.
I reati che gli sono stati contestati sono accesso abusivo in sistema informatico, danneggiamento a sistema informatico e interruzione di pubblico servizio. L’indagine ha portato alla scoperta di innovative tecniche di sabotaggio utilizzate dagli hacker italiani, i quali, secondo le parole degli inquirenti, “utilizzano grossi server che mandano in tilt il sistema, servendosi quindi di apparecchiature veramente alla portata di tutti“, e all’individuazione di una vasta rete di collaborazione e appoggio tra hacker italiani e stranieri, soprattutto spagnoli, che si forniscono supporto reciproco per portare a termine gli attacchi informatici.
Desta stupore, inoltre, la giovanissima età dei ragazzi incriminati, dei quali 5 sono minorenni, e sparsi praticamente in tutta Italia.

Passano soltanto poche ore dalla retata della polizia ed ecco che un nuovo, vastissimo attacco hacker viene compiuto, stavolta ai danni dei portali web di 18 università italiane, ai quali sono stati sottratti i dati e le password di professori e studenti, messi poi a disposizione di tutti in un file scaricabile da internet. La rivendicazione dell’azione è avvenuta in un breve comunicato a nome di LulzStorm (denominazione finora sconosciuta) e proclama: “Questo è un grande giorno per tutti noi. E un pessimo giorno per le università italiane. I loro siti sono deboli, pieni di falle. Come fate a dare i vostri dati a idioti del genere? È uno scherzo? Cambiate password ragazzi; cambiate concetto di sicurezza, università. Avremmo potuto rilasciare molto di più, avremmo potuto distruggere dati e reti intere. Siete pronti per tutto questo?

Numerose università hanno, in seguito, smentito l’entità dell’attacco informatico, minimizzando sulla riservatezza dei dati sottratti ai loro siti.

Quel che è certo, però, è che gli attivisti dell’era digitale sembrano in grado di mettere in campo una diffusa strategia di “sciopero informatico” capace di mettere in seria difficoltà i sistemi di aziende e istituzioni, forse non ancora del tutto pronte a fronteggiare gli attacchi di preparatissimi giovani cresciuti da e nella Rete. Giovani che non sono “pericolosi hacker, come definiti dai media”, si legge nel comunicato diffuso da Anonymous in seguito alle denunce subite, “ma persone come tutti, arrestate mentre protestavano pacificamente per i loro diritti”. Giovani che, su Internet, producono e fanno circolare contenuti, informazioni e conoscenze che valorizzano le piattaforme usate per pubblicarli, conoscenze che sono merci e producono profitto per tutti, tranne che per quelli che le producono e condividono in rete. Per questo Anonymous ricorda che “niente è stato smantellato, perchè non c’è nessuna struttura” e promette che “la protesta continuerà, più rumorosa che mai”.

Giovanni Manno

(Articolo tratto dal numero 29 del settimanale International Post)

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Roma, 14 dicembre 2010

16 12 2010

Una dato è certo: la rivolta che tanto auspicavo su queste pagine nei mesi scorsi è arrivata. Inaspettata e di dimensioni incredibili. E’ esplosa e come una dinamite rimbalza ora da una mano all’altra, ciascuno conscio del rischio di tenerla troppo stretta in mano e nessuno che sembra sapere esattamente cosa farci.

Tentare a oggi un’analisi della giornata di ieri, ricostruirne le vicende, interpretarla politicamente o ricercarne le cause è qualcosa che non posso fare. Che nessuno può, a oggi, ancora lucidamente fare.
Chi non c’era non ha visto. Chi ha visto ha potuto solamente rendersi conto dell’estrema complessità dell’evento.

Ad un giorno di distanza sono ancora troppo vive le emozioni per aver vissuto qualcosa che credevi esistesse solo sui libri di storia o in paesi lontani, da leggere o guardare tramite uno schermo. E’ ancora dentro agli occhi il muso di quel blindato impazzito, guidato da qualcuno che ha mirato direttamente alla strage, puntando a velocità folle su una massa enorme di ragazzi intrappolati in un piazza. E’ viva la sensazione di aver creato qualcosa fuori dalla portata di chiunque.
L’amarezza per aver visto sfuggire totalmente di mano e sovradeterminare una mobilitazione storica, costruita spendendoci anche 20 ore di veglia di tutte le tue giornate degli ultimi 3 mesi.
Non posso delineare un’analisi lucida e completa di quello che è successo ieri. Ma non posso esimermi dall’esprimere almeno le prime ondate di pensieri prepotenti che mi assediano la testa da ieri, senza tregua.

Perdonate se quello che scriverò sarà disorganico, lungo, privo di un senso compiuto.

E’ qualcosa che non si può liquidare con due frasi su facebook, con una rivendicazione semplicistica e totale della violenza messa in campo ieri in nome della rabbia popolare, o con uno scaricabarile di colpe e responsabilità rispetto a quello che ieri non è andato o è invece riuscito alla perfezione.

La rivolta di Roma a cui abbiamo assistito ieri è stato un evento estremamente complesso che non è possibile racchiudere in qualsivoglia teorema preconfezionato, sia quello della spaccatura tra studenti pacifici e black bloc, sia quello di infiltrazioni di ultras, guardie, servizi segreti, fascisti o alieni che siano.

Cari giornalisti, opinionisti, sovversivi di professione o dell’ultima ora, vi prego, smettetela di sparare cazzate.
Non è di facili condanne o apologie ciò di cui l’Italia, ognuno di noi, ha bisogno ora. Non esiste un schema che regga.

Non regge la retorica dei soliti groppuscoli violenti, partiti con l’unica intenzione di far casino.
Quel che si è visto ieri non è stato opera di gruppi isolati, minoritari, professionisti e organizzati. Non si può negare che anche questi ci fossero. Ma a respingere più e più volte la polizia a piazza del Popolo c’erano anche migliaia di ragazzi, lavoratori, studenti, grandi e davvero piccini. A fare il tifo dalle scalinate della piazza e dalle balconate del Pincio, a gridare “brucia, brucia!” c’erano altrettanti ragazzi e ragazzini, fomentati sì, ma sicuramente strapieni di rabbia, di paura e di domande sul loro futuro cancellato. A imboccare via del Corso, a dare l’assalto ai blindati, c’erano tutti coloro che non potevano accettare che di fronte all’ennesimo colpo di Stato berlusconiano si rispondesse con una simbolica e retorica assemblea a piazza del Popolo. A creare la rivolta di ieri ha contribuito tutta quell’Italia che davvero non ne può più di politiche mafiose, vite alienate e professionisti della migliore soluzione.

Non regge la caccia al responsabile, al capro espiatorio, sia esso individuato nel servizio d’ordine del corteo studentesco (colpevole di non aver arginato i violenti), o in un fantomatico black bloc, la cui consistenza ontologica e semantica è pari a quella di un asino che vola. Ieri, probabilmente, c’era la digos infiltrata tra i manifestanti, c’erano gli anarchici discesi dal nord con i picconi, c’era un servizio d’ordine preso alla sprovvista e un pò ingenuo nel credere di poter determinare l’andamento della protesta. Ieri, sicuramente c’era un pò di tutto. Era nella struttura della giornata. Ma nessuno di questi molteplici e variopinti attori della giornata ha potuto sovradeterminare ciò che è successo. Non che non vi avessero tentato. Non hanno potuto, forse proprio perchè ognuno, in troppi hanno avuto la presunzione di farlo. Si sa che quando una cosa tentano di farla tutti, alla fine non può farla nessuno. La rivolta è stata la situazione, è stato un evento, è accaduta.
Gli eventi, così come i prodotti del genio, non sono dati in base a una regola, ma trasformano ed espandono gli orizzonti di senso, possono avere un non-senso originale ma diventano modelli ed esemplari per il futuro.

Il 14 dicembre non è nato dal nulla. E’ stato il frutto di numerosissime concause. Le più immediate e facili da reperire (le uniche che sono in grado di tematizzare) sono mesi, anni di politica istituzionale autoritaria, mafiosa e autoreferenziale, malcontento estremo ed estremamente diffuso, e una mobilitazione sociale in continuo crescendo che è uscita dalla sotterraneità almeno 2 mesi fa. Per questo, anche se le dimensioni di quel che è accaduto ieri possono dirsi inaspettate, di certo non era imprevedibile il fatto che si sarebbe assistito a qualcosa che non accadeva da anni qui in Italia.
Qualcuno ha chiamato in causa gli anni 70. Sì, era da quei tempi che non si vedeva in una piazza tanta violenza diffusa, ma la maniera in cui questa è nata è profondamente diversa. La violenza è esplosa al di là delle ideologie, degli schemi, delle organizzazioni.
La violenza si è generalizzata, ingestibile, in seguito al colpo di Stato messo in atto da Berlusconi e dal suo esecutivo. La parola che uso, colpo di Stato, non è nè esagerazione nè retorica. La maggioranza ha comprato letteralmente la fiducia e continua a governare illegittimamente tramite corruzione. Non solo: il colpo di stato è stato anche militare. I palazzi occupati in maniera illegittima, mafiosa e violenta dalla cricca dei bei politicanti sono stati difesi blindando e rendendo inaccessibile tutto il centro della città. La volontà popolare, che ha tentato di andare a riprendersi quei luoghi che dovrebbero rappresentarla, è stata respinta militarmente.

Davvero un’assemblea di piazza e poi tutti a casa vi sarebbe sembrata la risposta più adeguata?

Evidentemente la piazza di ieri ha deciso che la risposta necessaria era un altra. Non è stata una risposta troppo intelligente, perchè non c’era un’intelligenza a guidarla. C’era la spontaneità dell’evento.

Le critiche sono costruttive, portano al meglio nel futuro. Le condanne sono degli idioti.
Roma messa a ferro e fuoco, senza un fine, senza un senso, non è stata la cosa migliore che si poteva creare. Si poteva essere più mirati, più comunicativi, più efficaci, più organizzati. Ma solo col senno di poi.

Chi parla, straparla, condanna, spara cazzate lo fa per mestiere o per vocazione. Non mi aspetto certo che smettano.
A chi pensa, invece, chiedo di riflettere approfonditamente su ciò che ha visto o vissuto ieri, lasciando da parte schemi preconfezionati.
C’è stato un colpo di stato, l’ennesimo. C’è stata una rivolta, e la rivolta era nell’aria. Una rivolta reale non è mai rose e fiori, è rottura di un ordine, rottura dell’ordine. Non è la soluzione politica, ma è un’espressione genuinamente politica, così genuina come non se ne vedeva da anni qui in Italia.

In Italia, in Europa sta succedendo qualcosa. Le politiche autoreferenziali dei governi hanno realmente esasperato gli animi. Grecia, Francia, Spagna, Gran Bretagna… è facile guardare altrove e dire “bello, dovremmo farlo anche qui… dovremmo incazzarci come loro..” e poi sparare a zero, con la condanna retorica dei violenti organizzati, quando la rivolta arriva sotto casa.

Atene, Parigi, Madrid, Londra… Roma… è facile anche far esplodere la rabbia, quando questa si è accumulata da troppo tempo, per troppi motivi. Più difficile è rimanerci dentro, farla evolvere, renderla efficace, trasformativa. Farla diventare rivoluzione.





Scuola, università: appunti per la rivolta che (non) verrà

6 10 2010

Al di là della solita retorica sensazionalistica che accompagna puntuale l’inizio di ogni mobilitazione contro una qualche riforma, questa volta l’istruzione pubblica si trova davvero in un momento cruciale ed epocale della sua esistenza. E’ infatti la sua stessa esistenza a essere messa in discussione e con essa il passato, il presente e il futuro di tutti i soggetti che la compongono e la rendono viva: studenti, ricercatori e docenti.

A parte qualcuno dei soliti preistorici baroni, che non aspettano altro che potersi godere la loro lauta pensione e sono giustamente concentrati sulla loro lenta agonia piuttosto che su quella ben più rapida dell’università pubblica, e quegli irritanti figuri di azione universitaria & co. (che non si capisce perchè, data la loro voglia di vedere l’università privatizzata, non si levano da subito dai coglioni e con quei soldi che pare gli fuoriescano copiosi dal deretano -per rimanere sul politically correct- , non vanno a iscriversi in massa alla Luiss -o a gettarsi in un fosso, il chè sarebbe ancora meglio) si è per una volta tutti d’accordo sul fatto che la situazione è inaccettabile e la lotta inevitabile.

Due segnali parlano chiaro più degli altri: i ricercatori che rifiutano per la prima volta di svolgere la docenza, incarico perlopiù non previsto dal loro contratto, e un blocco della didattica quasi generalizzato e approvato all’unanimità da moltissimi CdF, come non si vedeva da davvero tanto tanto tempo. Questo anche perchè in molte facoltà non ci sono effettivamente le risorse umane e finanziarie per far partire i corsi.

I nodi che hanno scatenato la rabbia dei ricercatori in primis sono molti, ma in questa sede voglio per il momento concentrarmi sulla questione studentesca, giacchè da studente parlo e agli studenti prima di tutto voglio parlare.
Non mi metto ad elencare i motivi per cui già da anni dovrebbe roderci il culo in una maniera ormai incontenibile, mi dilungherei eccessivamente e credo sia compito di ognuno andarsi a leggere le varie riforme e gli infiniti tagli che martirizzano da tempo i nostri percorsi formativi. Esiste internet (che non è soltanto facebook) e credo che in ogni facoltà ci sia in questi giorni la possibilità di andarsi a informare, da qualche prof qualificato o da qualche studente più informato. Del resto basterebbe anche soltanto non stracciare uno dei tanti volantini con cui tanto ci rompono i coglioni, o fermarsi due minuti a leggere qualche manifesto affisso in giro per i muri della facoltà.
Ciò che mi preme è invece chiarire i termini di quello che deve essere la nostra battaglia se vuole davvero arrivare a qualcosa di concreto e non ridursi a sterile ripetizione ad libitum del solito rosario sovversivo. Cercherò di farlo sinteticamente in cinque punti, esprimendo ciò di cui a mio parere c’è bisogno.

C’è bisogno di ascolto, condivisione e intelligenza: i percorsi politici e di vita dei soggetti che dovrebbero comporre un movimento studentesco coi controcazzi sono e devono giustamente essere i più diversi. Per questo bisogna ascoltarsi, come forse non abbiamo mai fatto; che sia un ascolto attivo, arricchente e stimolante. Bisogna quindi saper unire le diverse esperienze e rivendicazioni in maniera intelligente, in un tutto che sia più della semplice e caotica somma delle diverse proposte. Bisogna creare l’unità di un progetto realmente condiviso e costruito da tutti, e non dai soliti ig-NO(ran)-TI professionisti della protesta, affinchè sia chiaro l’obiettivo e non ci si disperda una volta svanita l’eccitazione del facile entusiasmo iniziale. Ma questo richiede impegno e seria capacità di mettersi in discussione da parte di tutti.

C’è bisogno di concretezza: c’è poco da dire su questo punto. Bisogna smetterla di chiudersi nelle facoltà in assemblee retoriche e autocelebrative che tanto somigliano a smisurate orge di autoerotismo reciproco. Che le assemblee siano momenti di organizzazione pratica, slancio operativo e strategico e seria e sincera autocritica.
Non c’è più il tempo per sproloqui interminabili e vuoti o per infinite analisi politiche della situazione. C’è poco da analizzare quando si ha una canna di fucile puntata nel buco del culo. Spero di essere stato abbastanza chiaro.

C’è bisogno di sperimentazione: per non ripetere sempre gli stessi ritualistici schemi che ormai i nostri nemici conoscono meglio di noi. Le occupazioni di mera forma, le parate di carri musicali in giro per la città sono soltanto punti a favore del governo che ci permette così di sfogarci ed esaurire la vera carica sovversiva che c’è da mettere in campo.
Che ognuno proponga e provi in prima persona nuove, creative ed efficaci forme di protesta, che possano spiazzare davvero la santa cricca del Parlamento e gli facciano pensare una volta in più se sia davvero il caso di approvare il ddl. Costruiamo cultura e informazione a nostra misura. Usciamo dalle case e dalle facoltà, invadiamo ogni strada, costruiamo barricate colorate ma resistenti, cingiamo d’assedio ogni palazzo del potere, blocchiamo strade, vie di comunicazione, luoghi di dis-informazione, centri di produzione. Espandiamo lotta e fantasia. Sorprendiamoli, sorprendiamoci.

C’è bisogno di radicalità e continuità: lo sappiamo benissimo con chi abbiamo a che fare. Non saranno certo due cortei allegri e festanti a fermare i loro propositi criminali. Bisogna saper colpire con durezza e precisione chirurgica i nodi nei quali si produce e riproduce il potere, con intelligenza e determinazione, senza farci del male inutile. E soprattutto bisogna sapersi non fermare al primo contentino che ci verrà dato in elemosina. Non vogliamo difendere lo status-quo dell’università, nè tantomeno farci promettere qualche euro in più per le aziende che ormai gestiscono i consigli di amministrazione delle nostre università. Vogliamo una università radicalmente nuova, rivoluzionata e rivoluzionaria. In strada tutti i giorni, tutto il giorno, (e qui scusate la banalità) fino alla vittoria.
Da perdere abbiamo al massimo un anno accademico nel nostro percorso formativo. Cos’è di fronte alla fine dell’istruzione pubblica per noi e le generazioni future?

C’è bisogno di stringere i nodi delle lotte: la riforma dell’istruzione si inserisce chiaramente in un piano ben più ampio di riforma dello Stato. E’ solo un tassello (ma fondamentale) per la costruzione di un Paese sotto regime, governato dai profitti di poche aziende private, popolato di masse ignoranti e sottopagate. Bisogna fermare questo piano distruttivo, unendo le lotte di studenti e insegnanti dalle materne alle università, precari, lavoratori di ogni categoria, migranti e di tutte quelle categorie che sono messe sotto attacco da parte del governo.

Io sono del parere che per ottenere qualcosa basta volerlo. Non è affatto semplice, per questo bisogna volerlo fortemente. Ma credo che ognuno di noi desideri fortemente vivere in un’Italia diversa. A partire dalla propria scuola o facoltà universitaria.
Per questo, a parte tutto, c’è bisogno di tutti, della forza vitale, creativa e ribelle di ognuno di noi.

Venerdì 8 corteo nazionale studentesco a Roma
appuntamento ore 9 piazzale dei partigiani





Carlo vive?

21 07 2010

Carlo vive in chi è ancora in cerca della verità. Carlo vive nelle lacrime che ancora sgorgano alla vista dei video dei pestaggi di Genova. Carlo vive sui muri delle città. Carlo vive ogni volta che diciamo no, senza abbassare lo sguardo. Carlo vive in ogni sfida che lanciamo verso chi sta più in alto. Carlo vive dove non c’è rassegnazione. Carlo vive finchè c’è lotta. Carlo, chiunque fosse, vive in ognuno, chiunque sia.
Carlo vive quando gli invisibili si incazzano, e si fanno vedere. Carlo vive in chi ancora odia. Carlo vive in chi ancora, nonostante tutto, ama. Carlo vive nella nostra rabbia, nei nostri bisogni espressi, nelle nostre provocazioni.
Carlo vive in chi pensa che la rivoluzione sia hic et nunc, e la si può cominciare adesso con un grido di battaglia, una pietra, un estintore.
Carlo vive dove c’è ansia, ricerca, desiderio di rivolta.
Carlo, oggi, qui in Italia, forse vive un pò poco.





Nella tua città c’è un lager

22 05 2010

Nel parlare dell’Italia di oggi, nel momento dell’enumerazione delle sue molteplici vergogne, si dimentica spesso di parlaredei CIE, veri e propri campi dell’orrore.
La sigla CIE significa “centri di identificazione ed espulsione”. Già dal nome si intuisce che non devono essere dei posti allegri.

Nati con il nome di CPT (centri di permanenza temporanea), vengono istituiti nel 1998 dal governo di centrosinistra con la legge sull’immigrazione Turco-Napolitano. Funzione dei CPT (denominati CIE solo con il pacchetto sicurezza dell’attuale governo) è quella di potervi raccogliere i migranti che arrivano clandestinamente in Italia, procedere alla loro identificazione e provvedere al rimpatrio. Nascono per far fronte ad un’ emergenza, ma col passare degli anni diventano una presenza stabile sul territorio italiano, nonché lo strumento principale per la regolamentazione dei flussi migratori. Peccato che di “regolare” in questi centri avvenga ben poco.
L’attuale pacchetto sicurezza, oltre ad introdurre l’assurdo reato di clandestinità (primo reato in cui a essere punita non è l’azione criminale ma una condizione personale dell’individuo, che di per sè non determina alcuna effettiva minaccia di pericolosità sociale) ha previsto l’aumento del tempo di permanenza nei CIE da 2 a 6 mesi e complicato ulteriormente la procedura per ottenere il permesso di soggiorno.
L’accesso al loro interno è quasi impossibile persino per parlamentari, rappresentanti di ong e giornalisti. Ci sarà un motivo.
All’interno dei CIE è praticamente sospesa la tutela dei diritti umani e delle più elementari garanzie democratiche.

Già la loro semplice istituzione costituisce un fatto inaccettabile: arrivi in Italia senza documenti e, senza aver commesso alcun reato, senza che ti venga data nessuna spiegazione vieni (de)portato in uno di questi centri. Sono centri di privazione della libertà e della dignità individuale, in questo caso davvero senza discriminazioni di alcun tipo. Il fatto che tu possa essere un medico, un richiedente asilo, un rifugiato politico, un malato contagioso o un pericoloso criminale non cambia nulla.
Numerosi rapporti di Medici senza Frontiere hanno denunciato le condizioni inumane a cui vengono esposti i detenuti: spazi angusti, sovraffollamento estremo, esposizione a temperature eccessive, carenza di igiene, cibi scadenti, totale mancanza di forniture di vestiti, biancheria, lenzuola pulite. Assistenza medica del tutto inadeguata, assenza completa di assistenza psicologica, mancanza di prevenzione nella diffusione di malattie ed epidemie, prescrizione massiccia di sedativi e tranquillanti. Si registra un elevatissimo numero di atti di autolesionismo da parte dei detenuti e un certo numero di suicidi.
I centri vengono gestiti dalla Croce Rossa Italiana e sono altamente militarizzati, sia all’interno che all’esterno.
Cito un rapporto di Amnesty International: “C’è stato un certo numero di denunce di abusi di matrice razzista, aggressioni fisiche e uso eccessivo della forza da parte degli agenti di pubblica sicurezza e da parte del personale di sorveglianza, in particolare durante proteste e in seguito a tentativi di evasione. Vari procedimenti penali sono in corso laddove i detenuti sono stati in grado di sporgere querela. (…). Raramente c’è chiarezza fra i detenuti su come e a chi dovrebbe essere rivolta una denuncia (…), la maggior parte delle presunte vittime sarebbe riluttante a sporgere denunce per abusi mentre si trova ancora nei CIE, per paura di ritorsioni”.

Negli ultimi mesi, viste le condizioni estreme che si vivono all’interno dei CIE, sono stati numerosissimi i tentativi di rivolta da parte dei detenuti: scioperi della fame, incendi di lenzuola e materassi, atti di autolesionismo, tentativi di fuga, nonché vere e proprie rivolte represse duramente dai militari.

Si sono formati alcuni gruppi di antirazzisti che hanno avviato diverse campagne per la chiusura immediata dei CIE; periodicamente vengono organizzate proteste all’esterno dei centri, assalti sonori attraverso cui, in diverse lingue, si comunica la solidarietà ai reclusi. In occasione di uno di questi, alcuni detenuti, sentendosi appoggiati, sono saliti sui tetti del CIE a protestare, prima di essere caricati duramente dalla polizia.
Il 29 marzo scorso, dentro al CIE di Roma a Ponte Galeria, c’è stata una sollevazione fin ora senza precedenti: due fuochi enormi si sono alzati dall’interno del centro, sono state spaccate tre porte di ferro, alcuni detenuti hanno quasi raggiunto il muro di cinta, nel probabile e disperato tentativo di evadere. La repressione è giunta naturalmente puntuale: scudi, manganelli, sono stati sentiti anche alcuni spari. Si può solamente immaginare cosa abbiano subito in seguito i rivoltosi.

Arrivano quotidianamente notizie di proteste, atti di estrema disperazione, e di tentativi di fuga dai CIE di tutta Italia.
Per la settimana che va dal 21 al 29 maggio è stata decisa dall’“assemblea contro i CIE” una serie di mobilitazioni dislocate nelle diverse città dove sono presenti i CIE (info sulle iniziative a Roma sul sito: http://nocie.noblogs.org/
Continuerò a postare informazioni sull’argomento e vi terrò in costante aggiornamento sullo sviluppo della situazione…

Perché nessuno dica che non sapeva, perché in questo caso l’indifferenza è complicità.