Hacking&hacktivism: le frontiere delle lotte sociali nell’era digitale

12 07 2011

Finmeccanica, Eni, Enel, Sony e Mediaset, e poi ancora, le pagine web del Governo, di Berlusconi e del Pdl, Agcom e i siti di 18 università italiane: sono soltanto alcuni degli obiettivi che negli ultimi mesi sono stati presi di mira dalla rete Anonymous, unione di hacktivists (attivisti che praticano l’hacking come mezzo per le battaglie sociali), che è riuscita negli ultimi tempi a mettere sotto scacco le pagine web di alcune delle principali e più discusse aziende e istituzioni italiane.

Quella chiamata Anonymous non è, in senso stretto, una vera e propria organizzazione ma, più che altro, un’ “identità condivisa”, una firma collettiva utilizzata liberamente da numerosi hacker, per rivendicare le azioni di sabotaggio portate a termine contro gli obiettivi prescelti, i quali, spesso, non sembrano essere individuati sulla base di una specifica piattaforma programmatica.
Secondo la definizione di Chris Landers, “Anonymous è la prima coscienza cosmica basata su Internet, è un gruppo, nello stesso senso in cui uno stormo di uccelli è un gruppo. Come si fa a sapere che è un gruppo? Perché viaggiano nella stessa direzione. In qualsiasi momento, più uccelli possono unirsi, lasciare lo stormo o staccarsi completamente verso un’altra direzione.”
Gli Anonymous in realtà non amano definirsi e, probabilmente, è proprio l’impossibilità di circoscriverli in una composizione unica ad aver permesso il successo di uno straordinario numero di loro azioni.

Le operazioni del gruppo di hacker si sono intensificate soprattutto in seguito alla vicenda Wikileaks e all’arresto di Julian Assange, come sostegno alla sua azione di boicottaggio attivo dei governi e delle istituzioni mondiali, ed hanno visto spesso la collaborazione con un’altra famosa rete di hacktivists, denominata LulzSec.

Tra le vittime più recenti dei “cyber-sabotaggi” (compiuti tramite la tecnica Ddos, “Distribuited denial of service”, ovvero richieste di massa di accesso al sito, con l’obiettivo di portarlo al limite delle prestazioni, renderlo saturo e causare la “negazione del servizio”), figurano i siti web del Popolo della Libertà e di Silvio Berlusconi, i quali sono rimasti irraggiungibili per ore; sorte che è toccata in maniera identica, alcuni giorni più tardi, al sito dell’Agcom, come denuncia della “procedura veloce e puramente amministrativa di rimozione di contenuti online considerati in violazione della legge sul diritto d’autore”, voluta dall’Autorità garante per le comunicazioni a tutela del copyright.
Secondo Anonymous il procedimento sommario istituito dall’Agcom minerebbe “alle fondamenta il diritto di avere una Rete libera e imparziale”.

La risposta dell’Autorità non si è fatta attendere e, in una nota, ha commentato che “l’attacco al sito dell’Agcom, che fornisce un servizio ai cittadini, è un gesto che danneggia tutti e fa riflettere su come qualcuno intenda il concetto di libertà”, mentre “da parte sua l’Autorità ha invece scelto la via democratica di un’amplissima partecipazione, del più aperto dibattito e della consultazione di tutte le parti”.

La vicenda Agcom ha aperto un amplissimo dibattito all’interno della Rete e di tutta la società civile, dibattito che si è poi concretizzato in una grande giornata di protesta e in una parziale marcia indietro dell’Autorità rispetto alle precedenti disposizioni per la rimozione dei contenuti web incriminati.

Ma l’ampia eco che ha avuto la vicenda e l’eclatante azione degli hacker ai danni dell’Autorità ha fatto sì che, proprio alla vigilia dell’approvazione della delibera Agcom, venisse portata a termine una vasta operazione della Polizia Postale, che ha condotto alla denuncia di 15 persone, perlopiù giovani tra i 15 e i 28 anni, accusati di essere parte della rete Anonymous.
I reati che gli sono stati contestati sono accesso abusivo in sistema informatico, danneggiamento a sistema informatico e interruzione di pubblico servizio. L’indagine ha portato alla scoperta di innovative tecniche di sabotaggio utilizzate dagli hacker italiani, i quali, secondo le parole degli inquirenti, “utilizzano grossi server che mandano in tilt il sistema, servendosi quindi di apparecchiature veramente alla portata di tutti“, e all’individuazione di una vasta rete di collaborazione e appoggio tra hacker italiani e stranieri, soprattutto spagnoli, che si forniscono supporto reciproco per portare a termine gli attacchi informatici.
Desta stupore, inoltre, la giovanissima età dei ragazzi incriminati, dei quali 5 sono minorenni, e sparsi praticamente in tutta Italia.

Passano soltanto poche ore dalla retata della polizia ed ecco che un nuovo, vastissimo attacco hacker viene compiuto, stavolta ai danni dei portali web di 18 università italiane, ai quali sono stati sottratti i dati e le password di professori e studenti, messi poi a disposizione di tutti in un file scaricabile da internet. La rivendicazione dell’azione è avvenuta in un breve comunicato a nome di LulzStorm (denominazione finora sconosciuta) e proclama: “Questo è un grande giorno per tutti noi. E un pessimo giorno per le università italiane. I loro siti sono deboli, pieni di falle. Come fate a dare i vostri dati a idioti del genere? È uno scherzo? Cambiate password ragazzi; cambiate concetto di sicurezza, università. Avremmo potuto rilasciare molto di più, avremmo potuto distruggere dati e reti intere. Siete pronti per tutto questo?

Numerose università hanno, in seguito, smentito l’entità dell’attacco informatico, minimizzando sulla riservatezza dei dati sottratti ai loro siti.

Quel che è certo, però, è che gli attivisti dell’era digitale sembrano in grado di mettere in campo una diffusa strategia di “sciopero informatico” capace di mettere in seria difficoltà i sistemi di aziende e istituzioni, forse non ancora del tutto pronte a fronteggiare gli attacchi di preparatissimi giovani cresciuti da e nella Rete. Giovani che non sono “pericolosi hacker, come definiti dai media”, si legge nel comunicato diffuso da Anonymous in seguito alle denunce subite, “ma persone come tutti, arrestate mentre protestavano pacificamente per i loro diritti”. Giovani che, su Internet, producono e fanno circolare contenuti, informazioni e conoscenze che valorizzano le piattaforme usate per pubblicarli, conoscenze che sono merci e producono profitto per tutti, tranne che per quelli che le producono e condividono in rete. Per questo Anonymous ricorda che “niente è stato smantellato, perchè non c’è nessuna struttura” e promette che “la protesta continuerà, più rumorosa che mai”.

Giovanni Manno

(Articolo tratto dal numero 29 del settimanale International Post)

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Roma, 14 dicembre 2010

16 12 2010

Una dato è certo: la rivolta che tanto auspicavo su queste pagine nei mesi scorsi è arrivata. Inaspettata e di dimensioni incredibili. E’ esplosa e come una dinamite rimbalza ora da una mano all’altra, ciascuno conscio del rischio di tenerla troppo stretta in mano e nessuno che sembra sapere esattamente cosa farci.

Tentare a oggi un’analisi della giornata di ieri, ricostruirne le vicende, interpretarla politicamente o ricercarne le cause è qualcosa che non posso fare. Che nessuno può, a oggi, ancora lucidamente fare.
Chi non c’era non ha visto. Chi ha visto ha potuto solamente rendersi conto dell’estrema complessità dell’evento.

Ad un giorno di distanza sono ancora troppo vive le emozioni per aver vissuto qualcosa che credevi esistesse solo sui libri di storia o in paesi lontani, da leggere o guardare tramite uno schermo. E’ ancora dentro agli occhi il muso di quel blindato impazzito, guidato da qualcuno che ha mirato direttamente alla strage, puntando a velocità folle su una massa enorme di ragazzi intrappolati in un piazza. E’ viva la sensazione di aver creato qualcosa fuori dalla portata di chiunque.
L’amarezza per aver visto sfuggire totalmente di mano e sovradeterminare una mobilitazione storica, costruita spendendoci anche 20 ore di veglia di tutte le tue giornate degli ultimi 3 mesi.
Non posso delineare un’analisi lucida e completa di quello che è successo ieri. Ma non posso esimermi dall’esprimere almeno le prime ondate di pensieri prepotenti che mi assediano la testa da ieri, senza tregua.

Perdonate se quello che scriverò sarà disorganico, lungo, privo di un senso compiuto.

E’ qualcosa che non si può liquidare con due frasi su facebook, con una rivendicazione semplicistica e totale della violenza messa in campo ieri in nome della rabbia popolare, o con uno scaricabarile di colpe e responsabilità rispetto a quello che ieri non è andato o è invece riuscito alla perfezione.

La rivolta di Roma a cui abbiamo assistito ieri è stato un evento estremamente complesso che non è possibile racchiudere in qualsivoglia teorema preconfezionato, sia quello della spaccatura tra studenti pacifici e black bloc, sia quello di infiltrazioni di ultras, guardie, servizi segreti, fascisti o alieni che siano.

Cari giornalisti, opinionisti, sovversivi di professione o dell’ultima ora, vi prego, smettetela di sparare cazzate.
Non è di facili condanne o apologie ciò di cui l’Italia, ognuno di noi, ha bisogno ora. Non esiste un schema che regga.

Non regge la retorica dei soliti groppuscoli violenti, partiti con l’unica intenzione di far casino.
Quel che si è visto ieri non è stato opera di gruppi isolati, minoritari, professionisti e organizzati. Non si può negare che anche questi ci fossero. Ma a respingere più e più volte la polizia a piazza del Popolo c’erano anche migliaia di ragazzi, lavoratori, studenti, grandi e davvero piccini. A fare il tifo dalle scalinate della piazza e dalle balconate del Pincio, a gridare “brucia, brucia!” c’erano altrettanti ragazzi e ragazzini, fomentati sì, ma sicuramente strapieni di rabbia, di paura e di domande sul loro futuro cancellato. A imboccare via del Corso, a dare l’assalto ai blindati, c’erano tutti coloro che non potevano accettare che di fronte all’ennesimo colpo di Stato berlusconiano si rispondesse con una simbolica e retorica assemblea a piazza del Popolo. A creare la rivolta di ieri ha contribuito tutta quell’Italia che davvero non ne può più di politiche mafiose, vite alienate e professionisti della migliore soluzione.

Non regge la caccia al responsabile, al capro espiatorio, sia esso individuato nel servizio d’ordine del corteo studentesco (colpevole di non aver arginato i violenti), o in un fantomatico black bloc, la cui consistenza ontologica e semantica è pari a quella di un asino che vola. Ieri, probabilmente, c’era la digos infiltrata tra i manifestanti, c’erano gli anarchici discesi dal nord con i picconi, c’era un servizio d’ordine preso alla sprovvista e un pò ingenuo nel credere di poter determinare l’andamento della protesta. Ieri, sicuramente c’era un pò di tutto. Era nella struttura della giornata. Ma nessuno di questi molteplici e variopinti attori della giornata ha potuto sovradeterminare ciò che è successo. Non che non vi avessero tentato. Non hanno potuto, forse proprio perchè ognuno, in troppi hanno avuto la presunzione di farlo. Si sa che quando una cosa tentano di farla tutti, alla fine non può farla nessuno. La rivolta è stata la situazione, è stato un evento, è accaduta.
Gli eventi, così come i prodotti del genio, non sono dati in base a una regola, ma trasformano ed espandono gli orizzonti di senso, possono avere un non-senso originale ma diventano modelli ed esemplari per il futuro.

Il 14 dicembre non è nato dal nulla. E’ stato il frutto di numerosissime concause. Le più immediate e facili da reperire (le uniche che sono in grado di tematizzare) sono mesi, anni di politica istituzionale autoritaria, mafiosa e autoreferenziale, malcontento estremo ed estremamente diffuso, e una mobilitazione sociale in continuo crescendo che è uscita dalla sotterraneità almeno 2 mesi fa. Per questo, anche se le dimensioni di quel che è accaduto ieri possono dirsi inaspettate, di certo non era imprevedibile il fatto che si sarebbe assistito a qualcosa che non accadeva da anni qui in Italia.
Qualcuno ha chiamato in causa gli anni 70. Sì, era da quei tempi che non si vedeva in una piazza tanta violenza diffusa, ma la maniera in cui questa è nata è profondamente diversa. La violenza è esplosa al di là delle ideologie, degli schemi, delle organizzazioni.
La violenza si è generalizzata, ingestibile, in seguito al colpo di Stato messo in atto da Berlusconi e dal suo esecutivo. La parola che uso, colpo di Stato, non è nè esagerazione nè retorica. La maggioranza ha comprato letteralmente la fiducia e continua a governare illegittimamente tramite corruzione. Non solo: il colpo di stato è stato anche militare. I palazzi occupati in maniera illegittima, mafiosa e violenta dalla cricca dei bei politicanti sono stati difesi blindando e rendendo inaccessibile tutto il centro della città. La volontà popolare, che ha tentato di andare a riprendersi quei luoghi che dovrebbero rappresentarla, è stata respinta militarmente.

Davvero un’assemblea di piazza e poi tutti a casa vi sarebbe sembrata la risposta più adeguata?

Evidentemente la piazza di ieri ha deciso che la risposta necessaria era un altra. Non è stata una risposta troppo intelligente, perchè non c’era un’intelligenza a guidarla. C’era la spontaneità dell’evento.

Le critiche sono costruttive, portano al meglio nel futuro. Le condanne sono degli idioti.
Roma messa a ferro e fuoco, senza un fine, senza un senso, non è stata la cosa migliore che si poteva creare. Si poteva essere più mirati, più comunicativi, più efficaci, più organizzati. Ma solo col senno di poi.

Chi parla, straparla, condanna, spara cazzate lo fa per mestiere o per vocazione. Non mi aspetto certo che smettano.
A chi pensa, invece, chiedo di riflettere approfonditamente su ciò che ha visto o vissuto ieri, lasciando da parte schemi preconfezionati.
C’è stato un colpo di stato, l’ennesimo. C’è stata una rivolta, e la rivolta era nell’aria. Una rivolta reale non è mai rose e fiori, è rottura di un ordine, rottura dell’ordine. Non è la soluzione politica, ma è un’espressione genuinamente politica, così genuina come non se ne vedeva da anni qui in Italia.

In Italia, in Europa sta succedendo qualcosa. Le politiche autoreferenziali dei governi hanno realmente esasperato gli animi. Grecia, Francia, Spagna, Gran Bretagna… è facile guardare altrove e dire “bello, dovremmo farlo anche qui… dovremmo incazzarci come loro..” e poi sparare a zero, con la condanna retorica dei violenti organizzati, quando la rivolta arriva sotto casa.

Atene, Parigi, Madrid, Londra… Roma… è facile anche far esplodere la rabbia, quando questa si è accumulata da troppo tempo, per troppi motivi. Più difficile è rimanerci dentro, farla evolvere, renderla efficace, trasformativa. Farla diventare rivoluzione.





Carlo vive?

21 07 2010

Carlo vive in chi è ancora in cerca della verità. Carlo vive nelle lacrime che ancora sgorgano alla vista dei video dei pestaggi di Genova. Carlo vive sui muri delle città. Carlo vive ogni volta che diciamo no, senza abbassare lo sguardo. Carlo vive in ogni sfida che lanciamo verso chi sta più in alto. Carlo vive dove non c’è rassegnazione. Carlo vive finchè c’è lotta. Carlo, chiunque fosse, vive in ognuno, chiunque sia.
Carlo vive quando gli invisibili si incazzano, e si fanno vedere. Carlo vive in chi ancora odia. Carlo vive in chi ancora, nonostante tutto, ama. Carlo vive nella nostra rabbia, nei nostri bisogni espressi, nelle nostre provocazioni.
Carlo vive in chi pensa che la rivoluzione sia hic et nunc, e la si può cominciare adesso con un grido di battaglia, una pietra, un estintore.
Carlo vive dove c’è ansia, ricerca, desiderio di rivolta.
Carlo, oggi, qui in Italia, forse vive un pò poco.





Non si spengano le luci su L’Aquila

16 07 2010


Ecco come il governo aiuta i terremotati.
La manifestazione degli aquilani organizzata il 7 luglio a Roma è finita a manganelli, cariche e manette.
La manovra che sarà a giorni approvata dal Parlamento prevede che i cittadini colpiti dal sisma tornino a pagare tributi e tasse, mentre ancora mancano le case ed è impossibile far ripartire le attività economiche distrutte dal terremoto.
Non è stato mosso un dito per la ricostruzione della città.
L’Aquila è una carcassa abbandonata a se stessa, circondata dai soliti avvoltoi, che succhiano succhiano succhiano denaro dalla morte e dalle macerie della città.

vedi anche: Draquila: macerie preziose