Roma, 14 dicembre 2010

16 12 2010

Una dato è certo: la rivolta che tanto auspicavo su queste pagine nei mesi scorsi è arrivata. Inaspettata e di dimensioni incredibili. E’ esplosa e come una dinamite rimbalza ora da una mano all’altra, ciascuno conscio del rischio di tenerla troppo stretta in mano e nessuno che sembra sapere esattamente cosa farci.

Tentare a oggi un’analisi della giornata di ieri, ricostruirne le vicende, interpretarla politicamente o ricercarne le cause è qualcosa che non posso fare. Che nessuno può, a oggi, ancora lucidamente fare.
Chi non c’era non ha visto. Chi ha visto ha potuto solamente rendersi conto dell’estrema complessità dell’evento.

Ad un giorno di distanza sono ancora troppo vive le emozioni per aver vissuto qualcosa che credevi esistesse solo sui libri di storia o in paesi lontani, da leggere o guardare tramite uno schermo. E’ ancora dentro agli occhi il muso di quel blindato impazzito, guidato da qualcuno che ha mirato direttamente alla strage, puntando a velocità folle su una massa enorme di ragazzi intrappolati in un piazza. E’ viva la sensazione di aver creato qualcosa fuori dalla portata di chiunque.
L’amarezza per aver visto sfuggire totalmente di mano e sovradeterminare una mobilitazione storica, costruita spendendoci anche 20 ore di veglia di tutte le tue giornate degli ultimi 3 mesi.
Non posso delineare un’analisi lucida e completa di quello che è successo ieri. Ma non posso esimermi dall’esprimere almeno le prime ondate di pensieri prepotenti che mi assediano la testa da ieri, senza tregua.

Perdonate se quello che scriverò sarà disorganico, lungo, privo di un senso compiuto.

E’ qualcosa che non si può liquidare con due frasi su facebook, con una rivendicazione semplicistica e totale della violenza messa in campo ieri in nome della rabbia popolare, o con uno scaricabarile di colpe e responsabilità rispetto a quello che ieri non è andato o è invece riuscito alla perfezione.

La rivolta di Roma a cui abbiamo assistito ieri è stato un evento estremamente complesso che non è possibile racchiudere in qualsivoglia teorema preconfezionato, sia quello della spaccatura tra studenti pacifici e black bloc, sia quello di infiltrazioni di ultras, guardie, servizi segreti, fascisti o alieni che siano.

Cari giornalisti, opinionisti, sovversivi di professione o dell’ultima ora, vi prego, smettetela di sparare cazzate.
Non è di facili condanne o apologie ciò di cui l’Italia, ognuno di noi, ha bisogno ora. Non esiste un schema che regga.

Non regge la retorica dei soliti groppuscoli violenti, partiti con l’unica intenzione di far casino.
Quel che si è visto ieri non è stato opera di gruppi isolati, minoritari, professionisti e organizzati. Non si può negare che anche questi ci fossero. Ma a respingere più e più volte la polizia a piazza del Popolo c’erano anche migliaia di ragazzi, lavoratori, studenti, grandi e davvero piccini. A fare il tifo dalle scalinate della piazza e dalle balconate del Pincio, a gridare “brucia, brucia!” c’erano altrettanti ragazzi e ragazzini, fomentati sì, ma sicuramente strapieni di rabbia, di paura e di domande sul loro futuro cancellato. A imboccare via del Corso, a dare l’assalto ai blindati, c’erano tutti coloro che non potevano accettare che di fronte all’ennesimo colpo di Stato berlusconiano si rispondesse con una simbolica e retorica assemblea a piazza del Popolo. A creare la rivolta di ieri ha contribuito tutta quell’Italia che davvero non ne può più di politiche mafiose, vite alienate e professionisti della migliore soluzione.

Non regge la caccia al responsabile, al capro espiatorio, sia esso individuato nel servizio d’ordine del corteo studentesco (colpevole di non aver arginato i violenti), o in un fantomatico black bloc, la cui consistenza ontologica e semantica è pari a quella di un asino che vola. Ieri, probabilmente, c’era la digos infiltrata tra i manifestanti, c’erano gli anarchici discesi dal nord con i picconi, c’era un servizio d’ordine preso alla sprovvista e un pò ingenuo nel credere di poter determinare l’andamento della protesta. Ieri, sicuramente c’era un pò di tutto. Era nella struttura della giornata. Ma nessuno di questi molteplici e variopinti attori della giornata ha potuto sovradeterminare ciò che è successo. Non che non vi avessero tentato. Non hanno potuto, forse proprio perchè ognuno, in troppi hanno avuto la presunzione di farlo. Si sa che quando una cosa tentano di farla tutti, alla fine non può farla nessuno. La rivolta è stata la situazione, è stato un evento, è accaduta.
Gli eventi, così come i prodotti del genio, non sono dati in base a una regola, ma trasformano ed espandono gli orizzonti di senso, possono avere un non-senso originale ma diventano modelli ed esemplari per il futuro.

Il 14 dicembre non è nato dal nulla. E’ stato il frutto di numerosissime concause. Le più immediate e facili da reperire (le uniche che sono in grado di tematizzare) sono mesi, anni di politica istituzionale autoritaria, mafiosa e autoreferenziale, malcontento estremo ed estremamente diffuso, e una mobilitazione sociale in continuo crescendo che è uscita dalla sotterraneità almeno 2 mesi fa. Per questo, anche se le dimensioni di quel che è accaduto ieri possono dirsi inaspettate, di certo non era imprevedibile il fatto che si sarebbe assistito a qualcosa che non accadeva da anni qui in Italia.
Qualcuno ha chiamato in causa gli anni 70. Sì, era da quei tempi che non si vedeva in una piazza tanta violenza diffusa, ma la maniera in cui questa è nata è profondamente diversa. La violenza è esplosa al di là delle ideologie, degli schemi, delle organizzazioni.
La violenza si è generalizzata, ingestibile, in seguito al colpo di Stato messo in atto da Berlusconi e dal suo esecutivo. La parola che uso, colpo di Stato, non è nè esagerazione nè retorica. La maggioranza ha comprato letteralmente la fiducia e continua a governare illegittimamente tramite corruzione. Non solo: il colpo di stato è stato anche militare. I palazzi occupati in maniera illegittima, mafiosa e violenta dalla cricca dei bei politicanti sono stati difesi blindando e rendendo inaccessibile tutto il centro della città. La volontà popolare, che ha tentato di andare a riprendersi quei luoghi che dovrebbero rappresentarla, è stata respinta militarmente.

Davvero un’assemblea di piazza e poi tutti a casa vi sarebbe sembrata la risposta più adeguata?

Evidentemente la piazza di ieri ha deciso che la risposta necessaria era un altra. Non è stata una risposta troppo intelligente, perchè non c’era un’intelligenza a guidarla. C’era la spontaneità dell’evento.

Le critiche sono costruttive, portano al meglio nel futuro. Le condanne sono degli idioti.
Roma messa a ferro e fuoco, senza un fine, senza un senso, non è stata la cosa migliore che si poteva creare. Si poteva essere più mirati, più comunicativi, più efficaci, più organizzati. Ma solo col senno di poi.

Chi parla, straparla, condanna, spara cazzate lo fa per mestiere o per vocazione. Non mi aspetto certo che smettano.
A chi pensa, invece, chiedo di riflettere approfonditamente su ciò che ha visto o vissuto ieri, lasciando da parte schemi preconfezionati.
C’è stato un colpo di stato, l’ennesimo. C’è stata una rivolta, e la rivolta era nell’aria. Una rivolta reale non è mai rose e fiori, è rottura di un ordine, rottura dell’ordine. Non è la soluzione politica, ma è un’espressione genuinamente politica, così genuina come non se ne vedeva da anni qui in Italia.

In Italia, in Europa sta succedendo qualcosa. Le politiche autoreferenziali dei governi hanno realmente esasperato gli animi. Grecia, Francia, Spagna, Gran Bretagna… è facile guardare altrove e dire “bello, dovremmo farlo anche qui… dovremmo incazzarci come loro..” e poi sparare a zero, con la condanna retorica dei violenti organizzati, quando la rivolta arriva sotto casa.

Atene, Parigi, Madrid, Londra… Roma… è facile anche far esplodere la rabbia, quando questa si è accumulata da troppo tempo, per troppi motivi. Più difficile è rimanerci dentro, farla evolvere, renderla efficace, trasformativa. Farla diventare rivoluzione.

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Armi di distrazione di massa

26 07 2010

Uno dei temi di cui più volte mi è capitato di parlare è quello dei mezzi di comunicazione di massa, utilizzati come strumento dello sfruttamento e dell’imposizione del pensiero unico.

Che l’uomo-massa fosse forse la più grande e sconvolgente novità che avrebbe portato il Ventesimo secolo agli uomini lo si è capito ben presto.
Comprendere le forme che questo processo di “collettivizzazione della cultura e dell’identità” ha assunto, i mezzi tramite i quali si è sviluppato, le trasformazioni che ha provocato nella società è cruciale per vedere dietro il velo di finzione che si spaccia per essere la più genuina delle realtà.
Omologazione, massificazione, spettacolarizzazione sono parole che spesso ho usato nei precedenti articoli, per cercare di esprimere il degrado e l’impoverimento che investono di questi tempi l’Italia, i paesi occidentali, forse il mondo intero.

La nascita e la diffusione dei mass-media deve certamente essere stata per l’inizio del secolo una rivoluzione schiuditrice di nuove inattese prospettive, da salutare senz’altro con entusiasmo.

Walter Benjamin scrisse una serie di saggi in cui si occupò di delineare la posizione dell’opera d’arte all’interno di questo nuovo scenario, reso possibile soprattutto grazie all’invenzione di avanzati mezzi per la riproduzione delle immagini e per la loro diffusione immediata su scala di massa. Egli scriveva nel 1936:
Rendere le cose, spazialmente e umanamente, più vicine è per le masse attuali un’esigenza vivissima. (…) Ogni giorno si fa valere in modo sempre più incontestabile l’esigenza a impossessarsi dell’oggetto da una distanza il più ravvicinata possibile nell’immagine, o meglio, nella riproduzione. (…) L’adeguazione della realtà alle masse e delle masse alla realtà è un
processo di portata illimitata sia per il pensiero che per l’intuizione

Benjamin è una delle figure più originali e profonde del pensiero del Novecento, e spero di avere presto la possibilità di riparlarne.

Nel passo che ho citato egli si muove a partire da una prospettiva marxista (per quanto eterodossa possa poi essere stata la sua posizione). Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa è visto come la rivoluzionaria possibilità per un avvicinamento della realtà alle masse, tradizionalmente escluse dalla partecipazione al mondo dell’arte e della cultura. L’opera d’arte veniva a perdere quell’aura aristocratica che conservava il suo monopolio da parte delle classi elevate, la diffusione della cultura in tutte le case permetteva di sviluppare la coscienza degli individui rispetto alla condizione del loro sfruttamento. Si intravedeva la possibilità, oggi effettivamente realizzabile, per trasformare spettatori passivi in soggetti creativi e attivi essi stessi nella produzione culturale.
Addirittura, in un crescendo di ottimismo quasi ingenuo, la ricezione dell’arte nella distrazione, nella dis-attenzione, quindi la diversione momentanea del pensiero dai suoi percorsi abituali, resa possibile dal cinema (ed oggi in maniera ancor più estrema dalla televisione) è salutata come la liberazione da una schiavitù del raccoglimento e della concentrazione, come uno scioglimento dalle catene della tradizione necessario alla mobilitazione delle masse.

Eppure Benjamin, in questa esaltazione dei mezzi di riproduzione tecnica dell’immagine in chiave politico-rivoluzionaria, sembra dimenticare quello che è uno degli assunti base del pensiero di Marx, cui egli stesso si ispira: padrone e dominatore delle relazione sociali è e sarà sempre colui che è proprietario dei mezzi di produzione. Ed in questo caso, naturalmente, possiamo includere anche quelli di riproduzione.

La comunicazione di massa è una bomba ricolma di potenzialità. Queste potevano essere sfruttate per far saltare in aria il monopolio dei pochi sull’arte, la cultura e l’informazione, per provocare e diffondere consapevolezza e ribellione.
Ma le stesse straordinarie potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione potevano essere ben più facilmente utilizzate da chi di questi mezzi ne era proprietario. O lo sarebbe diventato presto.

Il mondo dell’arte e quello della cultura non sono luoghi edenici. Sono innanzitutto, nel funzionamento della società, fatti economici, merci oggi messe a disposizione delle masse per ricavarne profitto. Per aumentare, alimentare potere.

Il cinema, responsabile secondo Benjamin di una definitiva rottura con il continuum della tradizione, è progressivamente degenerato verso l’affermazione di un’arte ancor più auratica, che però riesce ad avvolgere di aura anche ciò che arte non è, ad esempio con la costruzione del mito hollywoodiano e lo smercio di prodotti destinati al puro consumo.

La sua versione casalinga, la televisione, ha poi clamorosamente smentito qualsiasi ingenua speranza si volesse nutrire per la ricezione nella distrazione. Questa, portata al suo limite estremo nella quotidianità di oggi, con le tv dei salotti perennemente accese e parlanti, si è rivelata la più formidabile arma per addomesticare, reprimere, addormentare la coscienza delle persone e delle masse.

Nessuna scoperta, invenzione, novità è cattiva in sé. Ma nemmeno è di per se stessa un progresso. Finchè la cultura, l’arte, la scienza, la tecnica resteranno assoggettate, come tutto il resto, al dominio assoluto del capitale, esse non saranno mai nient’altro che nuovi mezzi nelle mani dei potenti per la realizzazione dei loro disegni personali: una tensione ininterrotta, infinita, assoluta verso i loro fini privati. Sempre più denaro, sempre più importanza, sempre più potere.

Questo meccanismo, se non vengono alimentate le contraddizioni e gli antagonismi che porta dentro, si dirige necessariamente verso il dominio assoluto di uno, o pochissimi, sul mondo intero.





Sollevatevi

4 05 2010

Oggi in Grecia è cominciato uno sciopero generale di 48 ore, il terzo in 3 mesi, contro le misure adottate dal Governo per far fronte alla crisi dell’economia. I provvedimenti colpiscono infatti in maniera pesantissima e indiscriminata i lavoratori di tutte le categorie. La protesta sociale è vastissima e dura e si protrae senza interruzioni da ormai più di un anno.
Questo striscione è apparso stamattina sull’Acropoli di Atene, scelta come luogo simbolico da cui lanciare un messaggio a tutta l’Europa.





Soffiare sul fuoco

30 04 2010

Immagino non ne possiate più di sentir parlare di crisi.
Sono due anni che non ci dicono altro: viviamo in tempo di crisi, la crisi è globale, la crisi è preoccupante, la crisi è della finanza, la crisi è del capitalismo, la crisi è dentro di noi…
Perdonatemi se mi accodo anch’io a questa tendenza del momento e spenderò due parole per dirla come la penso sulla crisi.

Innanzitutto: la crisi economica è una gran cazzata. Con questo non voglio minimizzare i problemi economici che vivono i paesi occidentali oggi, nè sostenere (sarebbe insensato) che la crisi sia stata soltanto un’invenzione di sana pianta. E’ invece, probabilmente, uno dei tanti e ciclici periodi di crisi del mercato, che, come sono arrivati, passano. In fondo il mercato vive di crisi, queste sono necessarie al nostro sistema economico. Allora come mai tutto questo gran parlarne in toni apocalittici? Penso sia stato giusto per spaventarci un po’, per mantenerci in quello stato di incertezza, tensione, terrore di cui i nostri governanti vivono. Per giustificare licenziamenti di massa e per spillarci ancora un po’ di soldi dalle tasche. In periodo di crisi poi siamo tutti più buoni, mansueti, perché non si può mica giocare col fuoco. Insomma la crisi mi sembra uno delle tante forme di espressione e di sopravvivenza del capitalismo. Diciamo una scossa di assestamento.

La vera crisi, quella di cui mi preme davvero parlare, direi potremmo chiamarla la crisi dell’uomo occidentale. Ma, senza spingerci in acque troppo lontane dalle nostre rive, focalizziamo il discorso su di noi, noi giovini d’oggi disagiati, come amano tanto definirci i nostri beneodiati tg e giornali.

Fine delle ideologie e normalizzazione della condizione di precariato sono i due punti a mio parere fondamentali per comprendere a pieno la situazione.

Camminiamo circondati da quattro mura: chiusi in noi stessi, nelle nostre stanze e nel nostro computer, anche se siamo fuori casa. Il mondo esterno è pericoloso, cattivo, sconfinato, non possiamo aprirci ad esso. Come orientarci? Non ci sono prospettive per una vita autonoma, la possibilità di realizzarsi in ciò che piace davvero è praticamente nulla. Se abbiamo 500 euro in tasca dopo aver fatto per un mese un lavoro di merda, non possiamo sapere se il mese prossimo ne avremo altri 500. E’ praticamente impossibile guardare avanti, sognare, progettare.
Non ci sono più riferimenti ideologici che non siano passati, per non dire arcaici, da prendere come modello d’analisi e di trasformazione della realtà che ci circonda.

Camminiamo sospesi su una fune; sotto, l’abisso: perennemente incerti sul nostro futuro, non possiamo però guardarci indietro perché ormai siamo avanti; rimaniamo bambini fino a 30 anni ma in fondo cresciamo troppo presto (a quanto sarà arrivata l’età media della prima canna, della prima sbronza, della prima scopata? 12-13 anni? O sono ancora troppo ottimista?).
Se guardo in basso, verso l’abisso, mi vengono le vertigini… potrei precipitare da un momento all’altro… Non resta che rimanere fermi qui, all’incrocio delle funi e lasciarsi ammaliare dalle immagini di vita apparente che proiettano davanti a noi: i miti sportivi e musicali, le giovani promesse dei talent shows, la possibilità di un’identità virtuale su internet. Ci danno questo e questo noi ci teniamo. Non osiamo guardare altrove, né indietro (roba vecchia), né avanti (c’è poco o nulla da sperare). Ognuno si accontenta del proprio orticello di nulla.
Siamo noi a costruire il mondo in cui viviamo, e lo stiamo costruendo sulla paura, sull’apparenza, su facili sogni venduti a buon mercato.
E’ questa che chiamo la crisi dell’uomo occidentale: un uomo senza prospettive, né appigli a cui aggrapparsi.
E’ il punto cui siamo giunti dopo secoli di individualismo, società di mercato e di spettacolo.
E’ una crisi che avanza ogni anno di più verso il punto zero.

Forse le risorse per uscirne sono dentro ognuno di noi. Lasciamo stare i facili idoli e feticci, guardiamoci dentro e tiriamo fuori quello che troviamo. Apriamoci, mettiamoci in connessione.

Io amo le crisi. Sono il passaggio indispensabile per giungere a qualcosa di nuovo. Prima si distrugge il vecchio, poi si crea il nuovo.
Guardiamo verso il basso e, se non vediamo niente, lanciamoci dalla fune. Raggiungeremo l’abisso e solo dall’abisso potremo risalire, costruendo la realtà che vogliamo.

Soffiamo sulla brace della crisi, facciamo uscire allo scoperto le nostre contraddizioni e quelle del mondo in cui viviamo. Finiamo di distruggere i resti della nostra società in decadenza, alimentiamo il fuoco che ci brucia dentro. Solo chi ha un caos dentro di sé può generare una stella danzante. L’incendio che ne scaturirà farà piazza pulita delle nostre ultime illusioni e, sulle ceneri degli ultimi residui dell’impero del facile consumo, ci sarà per la prima volta la possibilità di costruire un uomo, un mondo nuovo.

“Avete capito queste parole fratelli? Voi siete spaventati: il vostro cuore ha le vertigini? Vi si spalanca, qui, l’abisso? Ringhia qui, contro di voi il cane dell’inferno?
Ebbene! Coraggio! Uomini superiori! Solo ora il mondo partorirà il futuro degli uomini. Dio è morto: ora noi vogliamo, – che viva il superuomo
.” (Nietzsche)

Che ne dite?