Hacking&hacktivism: le frontiere delle lotte sociali nell’era digitale

12 07 2011

Finmeccanica, Eni, Enel, Sony e Mediaset, e poi ancora, le pagine web del Governo, di Berlusconi e del Pdl, Agcom e i siti di 18 università italiane: sono soltanto alcuni degli obiettivi che negli ultimi mesi sono stati presi di mira dalla rete Anonymous, unione di hacktivists (attivisti che praticano l’hacking come mezzo per le battaglie sociali), che è riuscita negli ultimi tempi a mettere sotto scacco le pagine web di alcune delle principali e più discusse aziende e istituzioni italiane.

Quella chiamata Anonymous non è, in senso stretto, una vera e propria organizzazione ma, più che altro, un’ “identità condivisa”, una firma collettiva utilizzata liberamente da numerosi hacker, per rivendicare le azioni di sabotaggio portate a termine contro gli obiettivi prescelti, i quali, spesso, non sembrano essere individuati sulla base di una specifica piattaforma programmatica.
Secondo la definizione di Chris Landers, “Anonymous è la prima coscienza cosmica basata su Internet, è un gruppo, nello stesso senso in cui uno stormo di uccelli è un gruppo. Come si fa a sapere che è un gruppo? Perché viaggiano nella stessa direzione. In qualsiasi momento, più uccelli possono unirsi, lasciare lo stormo o staccarsi completamente verso un’altra direzione.”
Gli Anonymous in realtà non amano definirsi e, probabilmente, è proprio l’impossibilità di circoscriverli in una composizione unica ad aver permesso il successo di uno straordinario numero di loro azioni.

Le operazioni del gruppo di hacker si sono intensificate soprattutto in seguito alla vicenda Wikileaks e all’arresto di Julian Assange, come sostegno alla sua azione di boicottaggio attivo dei governi e delle istituzioni mondiali, ed hanno visto spesso la collaborazione con un’altra famosa rete di hacktivists, denominata LulzSec.

Tra le vittime più recenti dei “cyber-sabotaggi” (compiuti tramite la tecnica Ddos, “Distribuited denial of service”, ovvero richieste di massa di accesso al sito, con l’obiettivo di portarlo al limite delle prestazioni, renderlo saturo e causare la “negazione del servizio”), figurano i siti web del Popolo della Libertà e di Silvio Berlusconi, i quali sono rimasti irraggiungibili per ore; sorte che è toccata in maniera identica, alcuni giorni più tardi, al sito dell’Agcom, come denuncia della “procedura veloce e puramente amministrativa di rimozione di contenuti online considerati in violazione della legge sul diritto d’autore”, voluta dall’Autorità garante per le comunicazioni a tutela del copyright.
Secondo Anonymous il procedimento sommario istituito dall’Agcom minerebbe “alle fondamenta il diritto di avere una Rete libera e imparziale”.

La risposta dell’Autorità non si è fatta attendere e, in una nota, ha commentato che “l’attacco al sito dell’Agcom, che fornisce un servizio ai cittadini, è un gesto che danneggia tutti e fa riflettere su come qualcuno intenda il concetto di libertà”, mentre “da parte sua l’Autorità ha invece scelto la via democratica di un’amplissima partecipazione, del più aperto dibattito e della consultazione di tutte le parti”.

La vicenda Agcom ha aperto un amplissimo dibattito all’interno della Rete e di tutta la società civile, dibattito che si è poi concretizzato in una grande giornata di protesta e in una parziale marcia indietro dell’Autorità rispetto alle precedenti disposizioni per la rimozione dei contenuti web incriminati.

Ma l’ampia eco che ha avuto la vicenda e l’eclatante azione degli hacker ai danni dell’Autorità ha fatto sì che, proprio alla vigilia dell’approvazione della delibera Agcom, venisse portata a termine una vasta operazione della Polizia Postale, che ha condotto alla denuncia di 15 persone, perlopiù giovani tra i 15 e i 28 anni, accusati di essere parte della rete Anonymous.
I reati che gli sono stati contestati sono accesso abusivo in sistema informatico, danneggiamento a sistema informatico e interruzione di pubblico servizio. L’indagine ha portato alla scoperta di innovative tecniche di sabotaggio utilizzate dagli hacker italiani, i quali, secondo le parole degli inquirenti, “utilizzano grossi server che mandano in tilt il sistema, servendosi quindi di apparecchiature veramente alla portata di tutti“, e all’individuazione di una vasta rete di collaborazione e appoggio tra hacker italiani e stranieri, soprattutto spagnoli, che si forniscono supporto reciproco per portare a termine gli attacchi informatici.
Desta stupore, inoltre, la giovanissima età dei ragazzi incriminati, dei quali 5 sono minorenni, e sparsi praticamente in tutta Italia.

Passano soltanto poche ore dalla retata della polizia ed ecco che un nuovo, vastissimo attacco hacker viene compiuto, stavolta ai danni dei portali web di 18 università italiane, ai quali sono stati sottratti i dati e le password di professori e studenti, messi poi a disposizione di tutti in un file scaricabile da internet. La rivendicazione dell’azione è avvenuta in un breve comunicato a nome di LulzStorm (denominazione finora sconosciuta) e proclama: “Questo è un grande giorno per tutti noi. E un pessimo giorno per le università italiane. I loro siti sono deboli, pieni di falle. Come fate a dare i vostri dati a idioti del genere? È uno scherzo? Cambiate password ragazzi; cambiate concetto di sicurezza, università. Avremmo potuto rilasciare molto di più, avremmo potuto distruggere dati e reti intere. Siete pronti per tutto questo?

Numerose università hanno, in seguito, smentito l’entità dell’attacco informatico, minimizzando sulla riservatezza dei dati sottratti ai loro siti.

Quel che è certo, però, è che gli attivisti dell’era digitale sembrano in grado di mettere in campo una diffusa strategia di “sciopero informatico” capace di mettere in seria difficoltà i sistemi di aziende e istituzioni, forse non ancora del tutto pronte a fronteggiare gli attacchi di preparatissimi giovani cresciuti da e nella Rete. Giovani che non sono “pericolosi hacker, come definiti dai media”, si legge nel comunicato diffuso da Anonymous in seguito alle denunce subite, “ma persone come tutti, arrestate mentre protestavano pacificamente per i loro diritti”. Giovani che, su Internet, producono e fanno circolare contenuti, informazioni e conoscenze che valorizzano le piattaforme usate per pubblicarli, conoscenze che sono merci e producono profitto per tutti, tranne che per quelli che le producono e condividono in rete. Per questo Anonymous ricorda che “niente è stato smantellato, perchè non c’è nessuna struttura” e promette che “la protesta continuerà, più rumorosa che mai”.

Giovanni Manno

(Articolo tratto dal numero 29 del settimanale International Post)

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Davanti lo specchio – 2

3 01 2011

Un atleta che corre, nel mezzo del deserto. Un atleta un pò scarsetto, come atleta.
Corre tra cielo e dune, da solo, un atleta che non è neanche un atleta, a dir la verità…

Corre da solo, senza un perchè, perchè ce l’hanno costretto.
Una maratona forzata, senza tappe in programma.

(un uomo semplice corre, gettato al suo deserto… )…

Corre, corre, corre, accompagnato da innumerevoli, mutevoli, mirabili forme, a cui l’atleta sa, crede, di non poter assegnare un grado di realtà più elevato di quello dei miraggi…
Luci, ombre, specchi d’acqua… riflessi… nessuna realtà, non c’è un ristoro.

Se si ferma è solo per riprendere il suo fiato, ammirare qualche arcobaleno da lontano, vederlo svanire, e ricominciare a correre…
Ama quegli arcobaleni, che spezzano la monotonia gialla della sabbia, li odia perchè gli ricordano i colori della sua camera. Li adora e fugge da essi, perchè non sono suoi. I suoi colori.

Se sente sulla lingua il sapore di una goccia d’acqua, sputa. Conosce la fatale ebbrezza che nel deserto ne può dare anche un solo bicchiere.

E allora, poichè corre già da un pezzo (porca troia), alza la testa e guarda avanti, cercando di afferrare il traguardo, almeno con lo sguardo… caldo, silenzio, e polvere infuocata, nient’altro fino all’orizzonte.
Si volta, non vuole tornare a guardare ai suoi piedi. Forse, se ancora non può vedere il traguardo, non è così lontano dalla partenza. Da casa.
Un cazzo, non si vede un cazzo neanche dietro…

Può solo guardare ai suoi piedi che si rincorrono l’un l’altro senza mai raggiungersi, come gli istanti che passano, i suoi passi che si cancellano a vicenda.

Può solo sentire il suo respiro dentro, e il caos… il caos delle domande, dei perchè gridati al deserto.

Che deve fare, che può fare, che sa fare? Che cazzo deve poter saper fare?

Continua a correre, sperando… neanche sperando…

Non sa perchè è partito, non sa se c’è un traguardo.

Corre per correre, corre perchè deve correre, corre per non morire.
Corre perchè correre è vivere.

Corre, vive senza nessuna speranza. Un pò di fiducia in se stesso, però, quella sì. Dovesse venire a mancare anche quella, allora si abbandonerà alla compagnia funerea del deserto.

La notte, ogni notte, ha diritto ai suoi fuochi d’artificio, ogni risveglio merita di smaltire i postumi della sbornia. La lucidità del chiaro cerca continuamente la sua redenzione nell’oscurità del sonno. Troppa luce acceca.

Nell’arco delle 24 ore di ogni giornata si consuma la tragedia.
Bisogna imparare a conoscere il corso naturale del sole
(della vita)
e precipitare e risorgere con esso

Buon anno.





Roma, 14 dicembre 2010

16 12 2010

Una dato è certo: la rivolta che tanto auspicavo su queste pagine nei mesi scorsi è arrivata. Inaspettata e di dimensioni incredibili. E’ esplosa e come una dinamite rimbalza ora da una mano all’altra, ciascuno conscio del rischio di tenerla troppo stretta in mano e nessuno che sembra sapere esattamente cosa farci.

Tentare a oggi un’analisi della giornata di ieri, ricostruirne le vicende, interpretarla politicamente o ricercarne le cause è qualcosa che non posso fare. Che nessuno può, a oggi, ancora lucidamente fare.
Chi non c’era non ha visto. Chi ha visto ha potuto solamente rendersi conto dell’estrema complessità dell’evento.

Ad un giorno di distanza sono ancora troppo vive le emozioni per aver vissuto qualcosa che credevi esistesse solo sui libri di storia o in paesi lontani, da leggere o guardare tramite uno schermo. E’ ancora dentro agli occhi il muso di quel blindato impazzito, guidato da qualcuno che ha mirato direttamente alla strage, puntando a velocità folle su una massa enorme di ragazzi intrappolati in un piazza. E’ viva la sensazione di aver creato qualcosa fuori dalla portata di chiunque.
L’amarezza per aver visto sfuggire totalmente di mano e sovradeterminare una mobilitazione storica, costruita spendendoci anche 20 ore di veglia di tutte le tue giornate degli ultimi 3 mesi.
Non posso delineare un’analisi lucida e completa di quello che è successo ieri. Ma non posso esimermi dall’esprimere almeno le prime ondate di pensieri prepotenti che mi assediano la testa da ieri, senza tregua.

Perdonate se quello che scriverò sarà disorganico, lungo, privo di un senso compiuto.

E’ qualcosa che non si può liquidare con due frasi su facebook, con una rivendicazione semplicistica e totale della violenza messa in campo ieri in nome della rabbia popolare, o con uno scaricabarile di colpe e responsabilità rispetto a quello che ieri non è andato o è invece riuscito alla perfezione.

La rivolta di Roma a cui abbiamo assistito ieri è stato un evento estremamente complesso che non è possibile racchiudere in qualsivoglia teorema preconfezionato, sia quello della spaccatura tra studenti pacifici e black bloc, sia quello di infiltrazioni di ultras, guardie, servizi segreti, fascisti o alieni che siano.

Cari giornalisti, opinionisti, sovversivi di professione o dell’ultima ora, vi prego, smettetela di sparare cazzate.
Non è di facili condanne o apologie ciò di cui l’Italia, ognuno di noi, ha bisogno ora. Non esiste un schema che regga.

Non regge la retorica dei soliti groppuscoli violenti, partiti con l’unica intenzione di far casino.
Quel che si è visto ieri non è stato opera di gruppi isolati, minoritari, professionisti e organizzati. Non si può negare che anche questi ci fossero. Ma a respingere più e più volte la polizia a piazza del Popolo c’erano anche migliaia di ragazzi, lavoratori, studenti, grandi e davvero piccini. A fare il tifo dalle scalinate della piazza e dalle balconate del Pincio, a gridare “brucia, brucia!” c’erano altrettanti ragazzi e ragazzini, fomentati sì, ma sicuramente strapieni di rabbia, di paura e di domande sul loro futuro cancellato. A imboccare via del Corso, a dare l’assalto ai blindati, c’erano tutti coloro che non potevano accettare che di fronte all’ennesimo colpo di Stato berlusconiano si rispondesse con una simbolica e retorica assemblea a piazza del Popolo. A creare la rivolta di ieri ha contribuito tutta quell’Italia che davvero non ne può più di politiche mafiose, vite alienate e professionisti della migliore soluzione.

Non regge la caccia al responsabile, al capro espiatorio, sia esso individuato nel servizio d’ordine del corteo studentesco (colpevole di non aver arginato i violenti), o in un fantomatico black bloc, la cui consistenza ontologica e semantica è pari a quella di un asino che vola. Ieri, probabilmente, c’era la digos infiltrata tra i manifestanti, c’erano gli anarchici discesi dal nord con i picconi, c’era un servizio d’ordine preso alla sprovvista e un pò ingenuo nel credere di poter determinare l’andamento della protesta. Ieri, sicuramente c’era un pò di tutto. Era nella struttura della giornata. Ma nessuno di questi molteplici e variopinti attori della giornata ha potuto sovradeterminare ciò che è successo. Non che non vi avessero tentato. Non hanno potuto, forse proprio perchè ognuno, in troppi hanno avuto la presunzione di farlo. Si sa che quando una cosa tentano di farla tutti, alla fine non può farla nessuno. La rivolta è stata la situazione, è stato un evento, è accaduta.
Gli eventi, così come i prodotti del genio, non sono dati in base a una regola, ma trasformano ed espandono gli orizzonti di senso, possono avere un non-senso originale ma diventano modelli ed esemplari per il futuro.

Il 14 dicembre non è nato dal nulla. E’ stato il frutto di numerosissime concause. Le più immediate e facili da reperire (le uniche che sono in grado di tematizzare) sono mesi, anni di politica istituzionale autoritaria, mafiosa e autoreferenziale, malcontento estremo ed estremamente diffuso, e una mobilitazione sociale in continuo crescendo che è uscita dalla sotterraneità almeno 2 mesi fa. Per questo, anche se le dimensioni di quel che è accaduto ieri possono dirsi inaspettate, di certo non era imprevedibile il fatto che si sarebbe assistito a qualcosa che non accadeva da anni qui in Italia.
Qualcuno ha chiamato in causa gli anni 70. Sì, era da quei tempi che non si vedeva in una piazza tanta violenza diffusa, ma la maniera in cui questa è nata è profondamente diversa. La violenza è esplosa al di là delle ideologie, degli schemi, delle organizzazioni.
La violenza si è generalizzata, ingestibile, in seguito al colpo di Stato messo in atto da Berlusconi e dal suo esecutivo. La parola che uso, colpo di Stato, non è nè esagerazione nè retorica. La maggioranza ha comprato letteralmente la fiducia e continua a governare illegittimamente tramite corruzione. Non solo: il colpo di stato è stato anche militare. I palazzi occupati in maniera illegittima, mafiosa e violenta dalla cricca dei bei politicanti sono stati difesi blindando e rendendo inaccessibile tutto il centro della città. La volontà popolare, che ha tentato di andare a riprendersi quei luoghi che dovrebbero rappresentarla, è stata respinta militarmente.

Davvero un’assemblea di piazza e poi tutti a casa vi sarebbe sembrata la risposta più adeguata?

Evidentemente la piazza di ieri ha deciso che la risposta necessaria era un altra. Non è stata una risposta troppo intelligente, perchè non c’era un’intelligenza a guidarla. C’era la spontaneità dell’evento.

Le critiche sono costruttive, portano al meglio nel futuro. Le condanne sono degli idioti.
Roma messa a ferro e fuoco, senza un fine, senza un senso, non è stata la cosa migliore che si poteva creare. Si poteva essere più mirati, più comunicativi, più efficaci, più organizzati. Ma solo col senno di poi.

Chi parla, straparla, condanna, spara cazzate lo fa per mestiere o per vocazione. Non mi aspetto certo che smettano.
A chi pensa, invece, chiedo di riflettere approfonditamente su ciò che ha visto o vissuto ieri, lasciando da parte schemi preconfezionati.
C’è stato un colpo di stato, l’ennesimo. C’è stata una rivolta, e la rivolta era nell’aria. Una rivolta reale non è mai rose e fiori, è rottura di un ordine, rottura dell’ordine. Non è la soluzione politica, ma è un’espressione genuinamente politica, così genuina come non se ne vedeva da anni qui in Italia.

In Italia, in Europa sta succedendo qualcosa. Le politiche autoreferenziali dei governi hanno realmente esasperato gli animi. Grecia, Francia, Spagna, Gran Bretagna… è facile guardare altrove e dire “bello, dovremmo farlo anche qui… dovremmo incazzarci come loro..” e poi sparare a zero, con la condanna retorica dei violenti organizzati, quando la rivolta arriva sotto casa.

Atene, Parigi, Madrid, Londra… Roma… è facile anche far esplodere la rabbia, quando questa si è accumulata da troppo tempo, per troppi motivi. Più difficile è rimanerci dentro, farla evolvere, renderla efficace, trasformativa. Farla diventare rivoluzione.





la mia politica

27 10 2010

C’è chi parla di politica, così come si parla di calcio, di macchine, d’amore..
C’è chi si interessa di politica, così come ci si interessa di francobolli, metereologia e cronaca nera…
E c’è chi fa politica, così come si fa la propria vita, si fa un buon piatto di spaghetti, si fa l’amore…

A me fa paura chi fa politica per fare del bene agli altri. Quel qualcuno finirà per essere di danno a se stesso e a chi gli sta intorno.
Mi fa sorridere chi fa politica per cambiare il mondo. L’uomo non riesce a cambiare se stesso, figurarsi gli altri, la società, il mondo…
Mi fa rabbia chi fa politica per fare carriera politica. Il mestiere del politico è la cosa più inutile e deleteria che esista per la politica stessa.
Mi fa tenerezza chi fa politica perchè gli piace lo spettacolo in onda sui tg a tutte le ore, il teatrino dei partiti e delle istituzioni. E’ divertente, ma quella non è politica. E’ arte, della recitazione. Meglio un accademia…

Io, sarò pessimista, cinico, egoista…
ma faccio politica esclusivamente per me stesso. Per migliorare la mia condizione.

All’università ci studio io, chi si fa il culo per uno stipendio di merda di un lavoro ancora più di merda sono io, la vita incerta e precaria è la mia, la casa me la dovrò comprare io, il senso di angoscia e di assurdo che provo a camminare per strade militarizzate è dentro di me, il rumeno pestato perchè rumeno era anche amico mio oltre che rumeno, il cibo avvelenato e biotecnicamente modificato lo mangio io, l’acqua che bevo è mia, quella in cui faccio il bagno d’estate anche, la terra su cui cammino è mia, l’aria che respiro è mia, la natura è mia, l’Italia è mia, la società è mia, la Terra è mia

Se ognuno si volesse solo un pò più bene…

se ciascuno la smettesse di pensare alla carriera, a Sarah Scazzi, o agli altri che, poverini, hanno bisogno del mio aiuto… e cominciasse a pensare a se stesso,
a guardare in maniera semplice e profonda –quello semplice è sempre lo sguardo più profondo– alla propria posizione nel mondo…
e cominciasse a lavorare per quella…

si farebbe l’unico favore che può fare a se stesso,
oltre che alla società, alla natura, al mondo intero

“L’uomo è un animale per natura politico” (Aristotele)





Armi di distrazione di massa

26 07 2010

Uno dei temi di cui più volte mi è capitato di parlare è quello dei mezzi di comunicazione di massa, utilizzati come strumento dello sfruttamento e dell’imposizione del pensiero unico.

Che l’uomo-massa fosse forse la più grande e sconvolgente novità che avrebbe portato il Ventesimo secolo agli uomini lo si è capito ben presto.
Comprendere le forme che questo processo di “collettivizzazione della cultura e dell’identità” ha assunto, i mezzi tramite i quali si è sviluppato, le trasformazioni che ha provocato nella società è cruciale per vedere dietro il velo di finzione che si spaccia per essere la più genuina delle realtà.
Omologazione, massificazione, spettacolarizzazione sono parole che spesso ho usato nei precedenti articoli, per cercare di esprimere il degrado e l’impoverimento che investono di questi tempi l’Italia, i paesi occidentali, forse il mondo intero.

La nascita e la diffusione dei mass-media deve certamente essere stata per l’inizio del secolo una rivoluzione schiuditrice di nuove inattese prospettive, da salutare senz’altro con entusiasmo.

Walter Benjamin scrisse una serie di saggi in cui si occupò di delineare la posizione dell’opera d’arte all’interno di questo nuovo scenario, reso possibile soprattutto grazie all’invenzione di avanzati mezzi per la riproduzione delle immagini e per la loro diffusione immediata su scala di massa. Egli scriveva nel 1936:
Rendere le cose, spazialmente e umanamente, più vicine è per le masse attuali un’esigenza vivissima. (…) Ogni giorno si fa valere in modo sempre più incontestabile l’esigenza a impossessarsi dell’oggetto da una distanza il più ravvicinata possibile nell’immagine, o meglio, nella riproduzione. (…) L’adeguazione della realtà alle masse e delle masse alla realtà è un
processo di portata illimitata sia per il pensiero che per l’intuizione

Benjamin è una delle figure più originali e profonde del pensiero del Novecento, e spero di avere presto la possibilità di riparlarne.

Nel passo che ho citato egli si muove a partire da una prospettiva marxista (per quanto eterodossa possa poi essere stata la sua posizione). Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa è visto come la rivoluzionaria possibilità per un avvicinamento della realtà alle masse, tradizionalmente escluse dalla partecipazione al mondo dell’arte e della cultura. L’opera d’arte veniva a perdere quell’aura aristocratica che conservava il suo monopolio da parte delle classi elevate, la diffusione della cultura in tutte le case permetteva di sviluppare la coscienza degli individui rispetto alla condizione del loro sfruttamento. Si intravedeva la possibilità, oggi effettivamente realizzabile, per trasformare spettatori passivi in soggetti creativi e attivi essi stessi nella produzione culturale.
Addirittura, in un crescendo di ottimismo quasi ingenuo, la ricezione dell’arte nella distrazione, nella dis-attenzione, quindi la diversione momentanea del pensiero dai suoi percorsi abituali, resa possibile dal cinema (ed oggi in maniera ancor più estrema dalla televisione) è salutata come la liberazione da una schiavitù del raccoglimento e della concentrazione, come uno scioglimento dalle catene della tradizione necessario alla mobilitazione delle masse.

Eppure Benjamin, in questa esaltazione dei mezzi di riproduzione tecnica dell’immagine in chiave politico-rivoluzionaria, sembra dimenticare quello che è uno degli assunti base del pensiero di Marx, cui egli stesso si ispira: padrone e dominatore delle relazione sociali è e sarà sempre colui che è proprietario dei mezzi di produzione. Ed in questo caso, naturalmente, possiamo includere anche quelli di riproduzione.

La comunicazione di massa è una bomba ricolma di potenzialità. Queste potevano essere sfruttate per far saltare in aria il monopolio dei pochi sull’arte, la cultura e l’informazione, per provocare e diffondere consapevolezza e ribellione.
Ma le stesse straordinarie potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione potevano essere ben più facilmente utilizzate da chi di questi mezzi ne era proprietario. O lo sarebbe diventato presto.

Il mondo dell’arte e quello della cultura non sono luoghi edenici. Sono innanzitutto, nel funzionamento della società, fatti economici, merci oggi messe a disposizione delle masse per ricavarne profitto. Per aumentare, alimentare potere.

Il cinema, responsabile secondo Benjamin di una definitiva rottura con il continuum della tradizione, è progressivamente degenerato verso l’affermazione di un’arte ancor più auratica, che però riesce ad avvolgere di aura anche ciò che arte non è, ad esempio con la costruzione del mito hollywoodiano e lo smercio di prodotti destinati al puro consumo.

La sua versione casalinga, la televisione, ha poi clamorosamente smentito qualsiasi ingenua speranza si volesse nutrire per la ricezione nella distrazione. Questa, portata al suo limite estremo nella quotidianità di oggi, con le tv dei salotti perennemente accese e parlanti, si è rivelata la più formidabile arma per addomesticare, reprimere, addormentare la coscienza delle persone e delle masse.

Nessuna scoperta, invenzione, novità è cattiva in sé. Ma nemmeno è di per se stessa un progresso. Finchè la cultura, l’arte, la scienza, la tecnica resteranno assoggettate, come tutto il resto, al dominio assoluto del capitale, esse non saranno mai nient’altro che nuovi mezzi nelle mani dei potenti per la realizzazione dei loro disegni personali: una tensione ininterrotta, infinita, assoluta verso i loro fini privati. Sempre più denaro, sempre più importanza, sempre più potere.

Questo meccanismo, se non vengono alimentate le contraddizioni e gli antagonismi che porta dentro, si dirige necessariamente verso il dominio assoluto di uno, o pochissimi, sul mondo intero.





Davanti lo specchio

20 07 2010

Giornate di afa bagnata, noia, spasmodica attesa di nessuno.
Giornate di libertà, di disillusione. E’ nel tempo libero, in questo tempo, che mi accorgo del valore relativo della libertà.
E’ nulla se non è vincolata a qualcuno, a qualcosa. Se non si dilegua silenziosamente in una più libera prigionia.

Essere svincolati a vita è ergastolo.

E’ difficile guardare dentro le proprie paure, le debolezze, i propri no; è una tortura, come guardare a occhio nudo verso il disco del sole, quando questo ti sta sciogliendo l’anima già da parecchie ore.

Ma quando ci vivi dentro, quando l’immobilità non è solo una fifa che ti proietti nel futuro, un ansia di movimento impossibile; ma è tutto il mondo circostante che si è fermato insieme a te…

…quando ogni cosa è immobile… gli alberi, l’aria, il canto delle cicale, gli avvenimenti, i giorni, il vuoto che ti brucia dentro… il mondo, le ferite
mentre la tua salvezza corre corre corre, corre via, e lei sì che corre veloce… – il nostro mondo è fermo, sono i cieli che si muovono incessantemente
quando nel deserto non spira più neanche un atomo di vento, e la sabbia è troppa e ferma…
quando nel deserto, deserto immobile, deserto deserto, quel maledetto pensiero dell’Eden da cui provieni ti sorprende…
e ti sorprende quel suo vento fresco che soffia ora soltanto tra le tue orecchie…

allora se vuoi andare avanti, se non vuoi morire di fame, sete, sonno – immobilità – nel mezzo del deserto,
nutrendoti di miraggi
dissetandoti a fresche fantomatiche fonti inventate

allora quel piacevole tepore che ti dà il passato, nel gelido deserto del presente, devi cominciare a odiarlo.

Odia il tuo Eden, mettilo da parte. Se non esiste non tornerà. Se non esiste non può scappare.

Rimani solo, col deserto dentro.

Odia te stesso.

La tua gioia, le tue liete e luttuose origini.

Ama il tuo deserto.

E impara ad amare la paura.

Impara a pregare i tuoi demoni e rivolgiti con rispetto a quel divino Niente che ti porti dentro.

E’ quando ti senti vicino alla morte che impari ad amarla. Il moto assoluto della morte, infinita immobilità.

Quando ti aggiri tra le lapidi e le croci del tuo petto soffermati a guardarle: ascoltale. La morte è la maestra più saggia. Insegna di più, in maniera più chiara e diretta, persino dell’errore, dell’esperienza. E’ loro Madre.

Lasciati alla morte, seppellisciti e risorgi. Nuovo.

Quando sei solo cerca la solitudine. Quando è buio spegni la luce.

Solo quando il cielo è libero, sgombro da ogni cosa, quando è così oscuro da confondersi col nulla… ricompaiono le stelle.

Solo quando il giorno muore può irrompere libera la notte, infinita sorgente di ogni luce.





Agorà

8 05 2010

Lasciando da parte i giudizi puramente tecnici sul film (per cui non ho bagaglio sufficiente) l’idea che mi ha trasmesso Agorà, ultima opera di Alejandro Amenabar (regista di The Others), è quella di un’occasione persa.

Il film incentrato sulla figura di Ipazia d’Alessandria, un po’ un simbolo un pò martire del libero pensiero che si ritrova a lottare contro l’ottusità del potere e della religione, ha da subito esercitato su di me una certa e fulminea attrazione sensuale. Il racconto della filosofia tramite la vita di una donna filosofa vissuta in Egitto nel IV secolo, la rappresentazione degli eterni conflitti ragione-fede, libertà-potere all’interno di una narrazione storico-avventurosa, il tutto nelle mani di un regista che mi era noto per aver fatto in passato più che bene, non poteva risultare sgradevole ai miei sensi; quantomeno la vedevo come un’ottima occasione per vedere un bel film.
In realtà già dal lancio della sua campagna pubblicitaria qui in Italia hanno cominciato ad attivarsi quei soliti campanelli d’allarme (un po’ pregiudizi inestinguibili, un po’ facile preveggenza) nella mia testa che hanno da subito placato la tempesta di ormoni intellettivi che mi si era scatenata dentro.
Sono andato a vederlo con occhi scettici.
E non ho potuto far altro che dar ragione a quei pregiudizi e a quella facile preveggenza di cui accennavo.
L’occasione era persa. L’occasione di vedere per una volta una filosofa al cinema, l’occasione di vedere intelligentemente criticati in un film i sistemi politico-religiosi, l’occasione di farmi rapire dall’avventura di una storia sapientemente raccontata. L’occasione per capire di lasciar perdere la filosofia se la si vuole vestire di abiti da kolossal hollywoodiano.

Il film concede molto spazio alla riflessione e questa prende più volte il sopravvento sulla narrazione e l’avventura. Alla fine però, nonostante questo, la superficialità con la quale la riflessione è portata avanti è disarmante. Non mi dilungo su questo punto perché diventerei scurrile.
Non che mi aspettassi un bel saggetto di storia della filosofia o una critica dialettico-materialistica dei culti religiosi, sia chiaro. Ma la tonalità del discorso con cui il film affronta i suoi temi sarebbe ridicola persino per un facile filmetto di puro intrattenimento.
La rappresentazione che vediamo delle diverse fazioni religiose è insano divertimento: né pagani, né cristiani, né ebrei pare avessero di meglio da fare che andare in giro a scatenare baruffe con gli altri gruppi, al grido di “Dio mi darà il potere di fare qualunque cosa”. E giù con le risse, i sassi, le spade, le urla selvagge, i massacri. La religione nuoce gravemente alla salute mentale, d’accordo, questo lo si capisce, ma il film sembra non volerci spiegare il perché. I cristiani sono cattivi e violenti. Punto e basta. Forse perché la religione rende ciechi gli uomini, li rende folli. Ma questa è solo una supposizione.
I dialoghi sono retorici, banali, scontati e didascalici per i 9/10 del film.
La filosofia sembra in fin dei conti essere un insensato gioco tra le nuvole e i pianeti. Tra la massa di personaggi monocordi che popola il film, quello più piatto e prevedibile risulta essere proprio quello di Ipazia. Una vergine eroina, santa a tutto tondo.

Anche se poi dalla sua bocca o tramite il suo personaggio a volte escono fuori spunti che ricordano tanto quelle fasulle promesse sensuali che mi aveva all’inizio suggerito il film.

Quale follia può essere più grande dell’ammazzarsi reciprocamente in nome di qualcosa (la grandezza di Dio) che si è sempre guardata a occhi chiusi?
Cosa più dell’alleanza tra sete di potere e superstizione ha provocato mali all’umanità?
Esiste qualcosa di più importante della salvaguardia della cultura e della ricerca?
Cosa se non un pensiero e uno spirito liberi possono farci meglio comprendere la straordinarietà della nostra vita dentro l’Universo, e dell’Universo stesso?
Ha senso prendersi tanto sul serio da credere di essere perno del mondo intero (l’uomo, la Terra), quando non si è nient’altro che granelli in una infinita distesa di sabbia?
E se si scoprisse che la perfezione e il senso che non troviamo in noi, alla fine non esistessero neanche nei cieli (una vita in Universo privo di un centro sembra non aver alcun motivo per essere vissuta, pensa la nostra Ipazia), come faremmo a riorientarci di nuovo?
Tante domande che il film può suggerire ma a cui non può o non vuole (e giustamente a volte) dare una risposta.