Hacking&hacktivism: le frontiere delle lotte sociali nell’era digitale

12 07 2011

Finmeccanica, Eni, Enel, Sony e Mediaset, e poi ancora, le pagine web del Governo, di Berlusconi e del Pdl, Agcom e i siti di 18 università italiane: sono soltanto alcuni degli obiettivi che negli ultimi mesi sono stati presi di mira dalla rete Anonymous, unione di hacktivists (attivisti che praticano l’hacking come mezzo per le battaglie sociali), che è riuscita negli ultimi tempi a mettere sotto scacco le pagine web di alcune delle principali e più discusse aziende e istituzioni italiane.

Quella chiamata Anonymous non è, in senso stretto, una vera e propria organizzazione ma, più che altro, un’ “identità condivisa”, una firma collettiva utilizzata liberamente da numerosi hacker, per rivendicare le azioni di sabotaggio portate a termine contro gli obiettivi prescelti, i quali, spesso, non sembrano essere individuati sulla base di una specifica piattaforma programmatica.
Secondo la definizione di Chris Landers, “Anonymous è la prima coscienza cosmica basata su Internet, è un gruppo, nello stesso senso in cui uno stormo di uccelli è un gruppo. Come si fa a sapere che è un gruppo? Perché viaggiano nella stessa direzione. In qualsiasi momento, più uccelli possono unirsi, lasciare lo stormo o staccarsi completamente verso un’altra direzione.”
Gli Anonymous in realtà non amano definirsi e, probabilmente, è proprio l’impossibilità di circoscriverli in una composizione unica ad aver permesso il successo di uno straordinario numero di loro azioni.

Le operazioni del gruppo di hacker si sono intensificate soprattutto in seguito alla vicenda Wikileaks e all’arresto di Julian Assange, come sostegno alla sua azione di boicottaggio attivo dei governi e delle istituzioni mondiali, ed hanno visto spesso la collaborazione con un’altra famosa rete di hacktivists, denominata LulzSec.

Tra le vittime più recenti dei “cyber-sabotaggi” (compiuti tramite la tecnica Ddos, “Distribuited denial of service”, ovvero richieste di massa di accesso al sito, con l’obiettivo di portarlo al limite delle prestazioni, renderlo saturo e causare la “negazione del servizio”), figurano i siti web del Popolo della Libertà e di Silvio Berlusconi, i quali sono rimasti irraggiungibili per ore; sorte che è toccata in maniera identica, alcuni giorni più tardi, al sito dell’Agcom, come denuncia della “procedura veloce e puramente amministrativa di rimozione di contenuti online considerati in violazione della legge sul diritto d’autore”, voluta dall’Autorità garante per le comunicazioni a tutela del copyright.
Secondo Anonymous il procedimento sommario istituito dall’Agcom minerebbe “alle fondamenta il diritto di avere una Rete libera e imparziale”.

La risposta dell’Autorità non si è fatta attendere e, in una nota, ha commentato che “l’attacco al sito dell’Agcom, che fornisce un servizio ai cittadini, è un gesto che danneggia tutti e fa riflettere su come qualcuno intenda il concetto di libertà”, mentre “da parte sua l’Autorità ha invece scelto la via democratica di un’amplissima partecipazione, del più aperto dibattito e della consultazione di tutte le parti”.

La vicenda Agcom ha aperto un amplissimo dibattito all’interno della Rete e di tutta la società civile, dibattito che si è poi concretizzato in una grande giornata di protesta e in una parziale marcia indietro dell’Autorità rispetto alle precedenti disposizioni per la rimozione dei contenuti web incriminati.

Ma l’ampia eco che ha avuto la vicenda e l’eclatante azione degli hacker ai danni dell’Autorità ha fatto sì che, proprio alla vigilia dell’approvazione della delibera Agcom, venisse portata a termine una vasta operazione della Polizia Postale, che ha condotto alla denuncia di 15 persone, perlopiù giovani tra i 15 e i 28 anni, accusati di essere parte della rete Anonymous.
I reati che gli sono stati contestati sono accesso abusivo in sistema informatico, danneggiamento a sistema informatico e interruzione di pubblico servizio. L’indagine ha portato alla scoperta di innovative tecniche di sabotaggio utilizzate dagli hacker italiani, i quali, secondo le parole degli inquirenti, “utilizzano grossi server che mandano in tilt il sistema, servendosi quindi di apparecchiature veramente alla portata di tutti“, e all’individuazione di una vasta rete di collaborazione e appoggio tra hacker italiani e stranieri, soprattutto spagnoli, che si forniscono supporto reciproco per portare a termine gli attacchi informatici.
Desta stupore, inoltre, la giovanissima età dei ragazzi incriminati, dei quali 5 sono minorenni, e sparsi praticamente in tutta Italia.

Passano soltanto poche ore dalla retata della polizia ed ecco che un nuovo, vastissimo attacco hacker viene compiuto, stavolta ai danni dei portali web di 18 università italiane, ai quali sono stati sottratti i dati e le password di professori e studenti, messi poi a disposizione di tutti in un file scaricabile da internet. La rivendicazione dell’azione è avvenuta in un breve comunicato a nome di LulzStorm (denominazione finora sconosciuta) e proclama: “Questo è un grande giorno per tutti noi. E un pessimo giorno per le università italiane. I loro siti sono deboli, pieni di falle. Come fate a dare i vostri dati a idioti del genere? È uno scherzo? Cambiate password ragazzi; cambiate concetto di sicurezza, università. Avremmo potuto rilasciare molto di più, avremmo potuto distruggere dati e reti intere. Siete pronti per tutto questo?

Numerose università hanno, in seguito, smentito l’entità dell’attacco informatico, minimizzando sulla riservatezza dei dati sottratti ai loro siti.

Quel che è certo, però, è che gli attivisti dell’era digitale sembrano in grado di mettere in campo una diffusa strategia di “sciopero informatico” capace di mettere in seria difficoltà i sistemi di aziende e istituzioni, forse non ancora del tutto pronte a fronteggiare gli attacchi di preparatissimi giovani cresciuti da e nella Rete. Giovani che non sono “pericolosi hacker, come definiti dai media”, si legge nel comunicato diffuso da Anonymous in seguito alle denunce subite, “ma persone come tutti, arrestate mentre protestavano pacificamente per i loro diritti”. Giovani che, su Internet, producono e fanno circolare contenuti, informazioni e conoscenze che valorizzano le piattaforme usate per pubblicarli, conoscenze che sono merci e producono profitto per tutti, tranne che per quelli che le producono e condividono in rete. Per questo Anonymous ricorda che “niente è stato smantellato, perchè non c’è nessuna struttura” e promette che “la protesta continuerà, più rumorosa che mai”.

Giovanni Manno

(Articolo tratto dal numero 29 del settimanale International Post)





Davanti lo specchio – 2

3 01 2011

Un atleta che corre, nel mezzo del deserto. Un atleta un pò scarsetto, come atleta.
Corre tra cielo e dune, da solo, un atleta che non è neanche un atleta, a dir la verità…

Corre da solo, senza un perchè, perchè ce l’hanno costretto.
Una maratona forzata, senza tappe in programma.

(un uomo semplice corre, gettato al suo deserto… )…

Corre, corre, corre, accompagnato da innumerevoli, mutevoli, mirabili forme, a cui l’atleta sa, crede, di non poter assegnare un grado di realtà più elevato di quello dei miraggi…
Luci, ombre, specchi d’acqua… riflessi… nessuna realtà, non c’è un ristoro.

Se si ferma è solo per riprendere il suo fiato, ammirare qualche arcobaleno da lontano, vederlo svanire, e ricominciare a correre…
Ama quegli arcobaleni, che spezzano la monotonia gialla della sabbia, li odia perchè gli ricordano i colori della sua camera. Li adora e fugge da essi, perchè non sono suoi. I suoi colori.

Se sente sulla lingua il sapore di una goccia d’acqua, sputa. Conosce la fatale ebbrezza che nel deserto ne può dare anche un solo bicchiere.

E allora, poichè corre già da un pezzo (porca troia), alza la testa e guarda avanti, cercando di afferrare il traguardo, almeno con lo sguardo… caldo, silenzio, e polvere infuocata, nient’altro fino all’orizzonte.
Si volta, non vuole tornare a guardare ai suoi piedi. Forse, se ancora non può vedere il traguardo, non è così lontano dalla partenza. Da casa.
Un cazzo, non si vede un cazzo neanche dietro…

Può solo guardare ai suoi piedi che si rincorrono l’un l’altro senza mai raggiungersi, come gli istanti che passano, i suoi passi che si cancellano a vicenda.

Può solo sentire il suo respiro dentro, e il caos… il caos delle domande, dei perchè gridati al deserto.

Che deve fare, che può fare, che sa fare? Che cazzo deve poter saper fare?

Continua a correre, sperando… neanche sperando…

Non sa perchè è partito, non sa se c’è un traguardo.

Corre per correre, corre perchè deve correre, corre per non morire.
Corre perchè correre è vivere.

Corre, vive senza nessuna speranza. Un pò di fiducia in se stesso, però, quella sì. Dovesse venire a mancare anche quella, allora si abbandonerà alla compagnia funerea del deserto.

La notte, ogni notte, ha diritto ai suoi fuochi d’artificio, ogni risveglio merita di smaltire i postumi della sbornia. La lucidità del chiaro cerca continuamente la sua redenzione nell’oscurità del sonno. Troppa luce acceca.

Nell’arco delle 24 ore di ogni giornata si consuma la tragedia.
Bisogna imparare a conoscere il corso naturale del sole
(della vita)
e precipitare e risorgere con esso

Buon anno.





Roma, 14 dicembre 2010

16 12 2010

Una dato è certo: la rivolta che tanto auspicavo su queste pagine nei mesi scorsi è arrivata. Inaspettata e di dimensioni incredibili. E’ esplosa e come una dinamite rimbalza ora da una mano all’altra, ciascuno conscio del rischio di tenerla troppo stretta in mano e nessuno che sembra sapere esattamente cosa farci.

Tentare a oggi un’analisi della giornata di ieri, ricostruirne le vicende, interpretarla politicamente o ricercarne le cause è qualcosa che non posso fare. Che nessuno può, a oggi, ancora lucidamente fare.
Chi non c’era non ha visto. Chi ha visto ha potuto solamente rendersi conto dell’estrema complessità dell’evento.

Ad un giorno di distanza sono ancora troppo vive le emozioni per aver vissuto qualcosa che credevi esistesse solo sui libri di storia o in paesi lontani, da leggere o guardare tramite uno schermo. E’ ancora dentro agli occhi il muso di quel blindato impazzito, guidato da qualcuno che ha mirato direttamente alla strage, puntando a velocità folle su una massa enorme di ragazzi intrappolati in un piazza. E’ viva la sensazione di aver creato qualcosa fuori dalla portata di chiunque.
L’amarezza per aver visto sfuggire totalmente di mano e sovradeterminare una mobilitazione storica, costruita spendendoci anche 20 ore di veglia di tutte le tue giornate degli ultimi 3 mesi.
Non posso delineare un’analisi lucida e completa di quello che è successo ieri. Ma non posso esimermi dall’esprimere almeno le prime ondate di pensieri prepotenti che mi assediano la testa da ieri, senza tregua.

Perdonate se quello che scriverò sarà disorganico, lungo, privo di un senso compiuto.

E’ qualcosa che non si può liquidare con due frasi su facebook, con una rivendicazione semplicistica e totale della violenza messa in campo ieri in nome della rabbia popolare, o con uno scaricabarile di colpe e responsabilità rispetto a quello che ieri non è andato o è invece riuscito alla perfezione.

La rivolta di Roma a cui abbiamo assistito ieri è stato un evento estremamente complesso che non è possibile racchiudere in qualsivoglia teorema preconfezionato, sia quello della spaccatura tra studenti pacifici e black bloc, sia quello di infiltrazioni di ultras, guardie, servizi segreti, fascisti o alieni che siano.

Cari giornalisti, opinionisti, sovversivi di professione o dell’ultima ora, vi prego, smettetela di sparare cazzate.
Non è di facili condanne o apologie ciò di cui l’Italia, ognuno di noi, ha bisogno ora. Non esiste un schema che regga.

Non regge la retorica dei soliti groppuscoli violenti, partiti con l’unica intenzione di far casino.
Quel che si è visto ieri non è stato opera di gruppi isolati, minoritari, professionisti e organizzati. Non si può negare che anche questi ci fossero. Ma a respingere più e più volte la polizia a piazza del Popolo c’erano anche migliaia di ragazzi, lavoratori, studenti, grandi e davvero piccini. A fare il tifo dalle scalinate della piazza e dalle balconate del Pincio, a gridare “brucia, brucia!” c’erano altrettanti ragazzi e ragazzini, fomentati sì, ma sicuramente strapieni di rabbia, di paura e di domande sul loro futuro cancellato. A imboccare via del Corso, a dare l’assalto ai blindati, c’erano tutti coloro che non potevano accettare che di fronte all’ennesimo colpo di Stato berlusconiano si rispondesse con una simbolica e retorica assemblea a piazza del Popolo. A creare la rivolta di ieri ha contribuito tutta quell’Italia che davvero non ne può più di politiche mafiose, vite alienate e professionisti della migliore soluzione.

Non regge la caccia al responsabile, al capro espiatorio, sia esso individuato nel servizio d’ordine del corteo studentesco (colpevole di non aver arginato i violenti), o in un fantomatico black bloc, la cui consistenza ontologica e semantica è pari a quella di un asino che vola. Ieri, probabilmente, c’era la digos infiltrata tra i manifestanti, c’erano gli anarchici discesi dal nord con i picconi, c’era un servizio d’ordine preso alla sprovvista e un pò ingenuo nel credere di poter determinare l’andamento della protesta. Ieri, sicuramente c’era un pò di tutto. Era nella struttura della giornata. Ma nessuno di questi molteplici e variopinti attori della giornata ha potuto sovradeterminare ciò che è successo. Non che non vi avessero tentato. Non hanno potuto, forse proprio perchè ognuno, in troppi hanno avuto la presunzione di farlo. Si sa che quando una cosa tentano di farla tutti, alla fine non può farla nessuno. La rivolta è stata la situazione, è stato un evento, è accaduta.
Gli eventi, così come i prodotti del genio, non sono dati in base a una regola, ma trasformano ed espandono gli orizzonti di senso, possono avere un non-senso originale ma diventano modelli ed esemplari per il futuro.

Il 14 dicembre non è nato dal nulla. E’ stato il frutto di numerosissime concause. Le più immediate e facili da reperire (le uniche che sono in grado di tematizzare) sono mesi, anni di politica istituzionale autoritaria, mafiosa e autoreferenziale, malcontento estremo ed estremamente diffuso, e una mobilitazione sociale in continuo crescendo che è uscita dalla sotterraneità almeno 2 mesi fa. Per questo, anche se le dimensioni di quel che è accaduto ieri possono dirsi inaspettate, di certo non era imprevedibile il fatto che si sarebbe assistito a qualcosa che non accadeva da anni qui in Italia.
Qualcuno ha chiamato in causa gli anni 70. Sì, era da quei tempi che non si vedeva in una piazza tanta violenza diffusa, ma la maniera in cui questa è nata è profondamente diversa. La violenza è esplosa al di là delle ideologie, degli schemi, delle organizzazioni.
La violenza si è generalizzata, ingestibile, in seguito al colpo di Stato messo in atto da Berlusconi e dal suo esecutivo. La parola che uso, colpo di Stato, non è nè esagerazione nè retorica. La maggioranza ha comprato letteralmente la fiducia e continua a governare illegittimamente tramite corruzione. Non solo: il colpo di stato è stato anche militare. I palazzi occupati in maniera illegittima, mafiosa e violenta dalla cricca dei bei politicanti sono stati difesi blindando e rendendo inaccessibile tutto il centro della città. La volontà popolare, che ha tentato di andare a riprendersi quei luoghi che dovrebbero rappresentarla, è stata respinta militarmente.

Davvero un’assemblea di piazza e poi tutti a casa vi sarebbe sembrata la risposta più adeguata?

Evidentemente la piazza di ieri ha deciso che la risposta necessaria era un altra. Non è stata una risposta troppo intelligente, perchè non c’era un’intelligenza a guidarla. C’era la spontaneità dell’evento.

Le critiche sono costruttive, portano al meglio nel futuro. Le condanne sono degli idioti.
Roma messa a ferro e fuoco, senza un fine, senza un senso, non è stata la cosa migliore che si poteva creare. Si poteva essere più mirati, più comunicativi, più efficaci, più organizzati. Ma solo col senno di poi.

Chi parla, straparla, condanna, spara cazzate lo fa per mestiere o per vocazione. Non mi aspetto certo che smettano.
A chi pensa, invece, chiedo di riflettere approfonditamente su ciò che ha visto o vissuto ieri, lasciando da parte schemi preconfezionati.
C’è stato un colpo di stato, l’ennesimo. C’è stata una rivolta, e la rivolta era nell’aria. Una rivolta reale non è mai rose e fiori, è rottura di un ordine, rottura dell’ordine. Non è la soluzione politica, ma è un’espressione genuinamente politica, così genuina come non se ne vedeva da anni qui in Italia.

In Italia, in Europa sta succedendo qualcosa. Le politiche autoreferenziali dei governi hanno realmente esasperato gli animi. Grecia, Francia, Spagna, Gran Bretagna… è facile guardare altrove e dire “bello, dovremmo farlo anche qui… dovremmo incazzarci come loro..” e poi sparare a zero, con la condanna retorica dei violenti organizzati, quando la rivolta arriva sotto casa.

Atene, Parigi, Madrid, Londra… Roma… è facile anche far esplodere la rabbia, quando questa si è accumulata da troppo tempo, per troppi motivi. Più difficile è rimanerci dentro, farla evolvere, renderla efficace, trasformativa. Farla diventare rivoluzione.





20 novembre: L’Aquila chiama Italia

11 11 2010

L’Aquila chiama Italia
perché la ricostruzione dopo 18 mesi di promesse è FERMA.

L’Aquila chiama Italia
perché aumentano solo disoccupazione e cassa integrazione.

L’Aquila chiama Italia
perché chiede una legge organica sulla ricostruzione: fondi certi, restituire le tasse come è stato fatto per altre emergenze,

L’Aquila chiama Italia
perché già oggi stiamo ripagando i mutui sulle nostre case ancora distrutte.

L’Aquila chiama Italia
perché ogni problema non può essere affrontato come un’emergenza da commissari straordinari

L’Aquila chiama Italia
perché nel nostro Paese si investano risorse pubbliche sulla prevenzione e messa in sicurezza del territorio per evitare altre tragedie.

L’Aquila chiama Italia
perché alcune persone non possano più ridere sulle nostre tragedie pensando ai loro profitti

L’Aquila chiama Italia
perché la crisi economica e le politiche scellerate costringono i nostri giovani ad abbandonare il loro territorio

L’Aquila chiama Italia
perché prevalga la solidarietà contro un federalismo egoista che non vuole trovare risorse necessarie per la ricostruzione

L’Aquila chiama Italia
perché la nostra Città è un Bene Comune di Tutto il Paese

L’Aquila chiama Italia
perché i cittadini possano finalmente partecipare alla scelte che riguardano la loro vita.

L’Aquila chiama Italia
perché tutto il Paese ha la responsabilità storica di non far morire una delle maggiori città d’arte

L’Aquila chiama Italia
perché ci stanno TOGLIENDO IL FUTURO.

Gli aquilani vivono amplificati, nell’epicentro della crisi, gli stessi problemi che assillano tutti i cittadini italiani
da qui lanciamo un appello a tutti quelli che ci sono stati vicini:

ai vigili del fuoco, alla base del volontariato della protezione civile, ai sindaci e rettori della regione, agli studenti delle università, a tutti quelli che nel nostro paese lottano in difesa dei propri territori, i lavoratori, gli insegnanti, i precari che ogni giorno si battono per i propri diritti, a tutte le forze sindacali e sociali, agli imprenditori, al “popolo delle partite iva”, al mondo dell’associazionismo e del volontariato, a chi crede che le cose possano e debbano cambiare con la partecipazione attiva dei cittadini.

Non è un problema locale, per la crisi economica non si possono sacrificare inostri diritti. Figuriamoci un intero territorio.

VI ASPETTIAMO TRA LE NOSTRE MACERIE UNITI SOTTO LA BANDIERA NEROVERDE SENZA SIMBOLI DI PARTITO.

L’AQUILA, SABATO 20 NOVEMBRE 2010 – ORE 14.00

MANIFESTAZIONE NAZIONALE

Su L’Aquila vedi anche: Non si spengano le luci su L’Aquila, Draquila-Macerie preziose





la mia politica

27 10 2010

C’è chi parla di politica, così come si parla di calcio, di macchine, d’amore..
C’è chi si interessa di politica, così come ci si interessa di francobolli, metereologia e cronaca nera…
E c’è chi fa politica, così come si fa la propria vita, si fa un buon piatto di spaghetti, si fa l’amore…

A me fa paura chi fa politica per fare del bene agli altri. Quel qualcuno finirà per essere di danno a se stesso e a chi gli sta intorno.
Mi fa sorridere chi fa politica per cambiare il mondo. L’uomo non riesce a cambiare se stesso, figurarsi gli altri, la società, il mondo…
Mi fa rabbia chi fa politica per fare carriera politica. Il mestiere del politico è la cosa più inutile e deleteria che esista per la politica stessa.
Mi fa tenerezza chi fa politica perchè gli piace lo spettacolo in onda sui tg a tutte le ore, il teatrino dei partiti e delle istituzioni. E’ divertente, ma quella non è politica. E’ arte, della recitazione. Meglio un accademia…

Io, sarò pessimista, cinico, egoista…
ma faccio politica esclusivamente per me stesso. Per migliorare la mia condizione.

All’università ci studio io, chi si fa il culo per uno stipendio di merda di un lavoro ancora più di merda sono io, la vita incerta e precaria è la mia, la casa me la dovrò comprare io, il senso di angoscia e di assurdo che provo a camminare per strade militarizzate è dentro di me, il rumeno pestato perchè rumeno era anche amico mio oltre che rumeno, il cibo avvelenato e biotecnicamente modificato lo mangio io, l’acqua che bevo è mia, quella in cui faccio il bagno d’estate anche, la terra su cui cammino è mia, l’aria che respiro è mia, la natura è mia, l’Italia è mia, la società è mia, la Terra è mia

Se ognuno si volesse solo un pò più bene…

se ciascuno la smettesse di pensare alla carriera, a Sarah Scazzi, o agli altri che, poverini, hanno bisogno del mio aiuto… e cominciasse a pensare a se stesso,
a guardare in maniera semplice e profonda –quello semplice è sempre lo sguardo più profondo– alla propria posizione nel mondo…
e cominciasse a lavorare per quella…

si farebbe l’unico favore che può fare a se stesso,
oltre che alla società, alla natura, al mondo intero

“L’uomo è un animale per natura politico” (Aristotele)





Godetevi lo spettacolo

11 10 2010

Godetevi lo spettacolo” sono state le parole rivolte da un parente di una delle quattro vittime italiane al ministro La Russa, all’arrivo dell’aereo che ha riportato in Italia i corpi dei militari uccisi in Afghanistan.
Parole certo dettate da cieca rabbia, dolore, che forse non sarebbero state pronunciate in un momento di maggiore lucidità. Ma che non per questo perdono il loro significato.

Godetevi lo spettacolo, signori ministri, lo spettacolo di ogni vittima di una guerra di cui siete voi, e forse soltanto voi, i responsabili.

Godetevi lo spettacolo, signori italiani, lo spettacolo di quel dolore e di quelle lacrime, che definire ipocrite è un eufemismo, magnificamente recitate da politici e pacifisti-guerrafondai di turno, che di fronte alla morte della guerra nulla di meglio hanno da proporre se non di dotare di bombe gli aerei italiani, per aumentare sensibilmente la quantità di sangue sparso.

Godetevi lo spettacolo, signori italiani, lo spettacolo di una guerra di cui ci ricordiamo solo nel momento in cui muore o rimane ferito qualche militare italiano.

Lo spettacolo di una missione di pace che ha prodotto 25mila vittime afghane e 8400 tra le file delle forze ISAF, e questi sono soltanto freddi numeri, che non possono comunicare la reale pesantezza di ogni singola vita spezzata.

Lo spettacolo di una guerra che è finita ufficialmente da otto anni almeno, ma che continua a provocare massacri quotidiani, spargimenti di sangue all’ordine del giorno, orrore come compagno di vita di migliaia di bambini.

Godetevi lo spettacolo, ma per godervelo meglio e capire di che razza di spettacolo si tratta, prendete un aereo e dirigetevi in Afghanistan, rifornitevi di pop-corn se volete, e accomodatevi in prima fila.

Sulla prima linea di combattimento. E poi, allora sì…. godetevi davvero lo spettacolo.





Scuola, università: appunti per la rivolta che (non) verrà

6 10 2010

Al di là della solita retorica sensazionalistica che accompagna puntuale l’inizio di ogni mobilitazione contro una qualche riforma, questa volta l’istruzione pubblica si trova davvero in un momento cruciale ed epocale della sua esistenza. E’ infatti la sua stessa esistenza a essere messa in discussione e con essa il passato, il presente e il futuro di tutti i soggetti che la compongono e la rendono viva: studenti, ricercatori e docenti.

A parte qualcuno dei soliti preistorici baroni, che non aspettano altro che potersi godere la loro lauta pensione e sono giustamente concentrati sulla loro lenta agonia piuttosto che su quella ben più rapida dell’università pubblica, e quegli irritanti figuri di azione universitaria & co. (che non si capisce perchè, data la loro voglia di vedere l’università privatizzata, non si levano da subito dai coglioni e con quei soldi che pare gli fuoriescano copiosi dal deretano -per rimanere sul politically correct- , non vanno a iscriversi in massa alla Luiss -o a gettarsi in un fosso, il chè sarebbe ancora meglio) si è per una volta tutti d’accordo sul fatto che la situazione è inaccettabile e la lotta inevitabile.

Due segnali parlano chiaro più degli altri: i ricercatori che rifiutano per la prima volta di svolgere la docenza, incarico perlopiù non previsto dal loro contratto, e un blocco della didattica quasi generalizzato e approvato all’unanimità da moltissimi CdF, come non si vedeva da davvero tanto tanto tempo. Questo anche perchè in molte facoltà non ci sono effettivamente le risorse umane e finanziarie per far partire i corsi.

I nodi che hanno scatenato la rabbia dei ricercatori in primis sono molti, ma in questa sede voglio per il momento concentrarmi sulla questione studentesca, giacchè da studente parlo e agli studenti prima di tutto voglio parlare.
Non mi metto ad elencare i motivi per cui già da anni dovrebbe roderci il culo in una maniera ormai incontenibile, mi dilungherei eccessivamente e credo sia compito di ognuno andarsi a leggere le varie riforme e gli infiniti tagli che martirizzano da tempo i nostri percorsi formativi. Esiste internet (che non è soltanto facebook) e credo che in ogni facoltà ci sia in questi giorni la possibilità di andarsi a informare, da qualche prof qualificato o da qualche studente più informato. Del resto basterebbe anche soltanto non stracciare uno dei tanti volantini con cui tanto ci rompono i coglioni, o fermarsi due minuti a leggere qualche manifesto affisso in giro per i muri della facoltà.
Ciò che mi preme è invece chiarire i termini di quello che deve essere la nostra battaglia se vuole davvero arrivare a qualcosa di concreto e non ridursi a sterile ripetizione ad libitum del solito rosario sovversivo. Cercherò di farlo sinteticamente in cinque punti, esprimendo ciò di cui a mio parere c’è bisogno.

C’è bisogno di ascolto, condivisione e intelligenza: i percorsi politici e di vita dei soggetti che dovrebbero comporre un movimento studentesco coi controcazzi sono e devono giustamente essere i più diversi. Per questo bisogna ascoltarsi, come forse non abbiamo mai fatto; che sia un ascolto attivo, arricchente e stimolante. Bisogna quindi saper unire le diverse esperienze e rivendicazioni in maniera intelligente, in un tutto che sia più della semplice e caotica somma delle diverse proposte. Bisogna creare l’unità di un progetto realmente condiviso e costruito da tutti, e non dai soliti ig-NO(ran)-TI professionisti della protesta, affinchè sia chiaro l’obiettivo e non ci si disperda una volta svanita l’eccitazione del facile entusiasmo iniziale. Ma questo richiede impegno e seria capacità di mettersi in discussione da parte di tutti.

C’è bisogno di concretezza: c’è poco da dire su questo punto. Bisogna smetterla di chiudersi nelle facoltà in assemblee retoriche e autocelebrative che tanto somigliano a smisurate orge di autoerotismo reciproco. Che le assemblee siano momenti di organizzazione pratica, slancio operativo e strategico e seria e sincera autocritica.
Non c’è più il tempo per sproloqui interminabili e vuoti o per infinite analisi politiche della situazione. C’è poco da analizzare quando si ha una canna di fucile puntata nel buco del culo. Spero di essere stato abbastanza chiaro.

C’è bisogno di sperimentazione: per non ripetere sempre gli stessi ritualistici schemi che ormai i nostri nemici conoscono meglio di noi. Le occupazioni di mera forma, le parate di carri musicali in giro per la città sono soltanto punti a favore del governo che ci permette così di sfogarci ed esaurire la vera carica sovversiva che c’è da mettere in campo.
Che ognuno proponga e provi in prima persona nuove, creative ed efficaci forme di protesta, che possano spiazzare davvero la santa cricca del Parlamento e gli facciano pensare una volta in più se sia davvero il caso di approvare il ddl. Costruiamo cultura e informazione a nostra misura. Usciamo dalle case e dalle facoltà, invadiamo ogni strada, costruiamo barricate colorate ma resistenti, cingiamo d’assedio ogni palazzo del potere, blocchiamo strade, vie di comunicazione, luoghi di dis-informazione, centri di produzione. Espandiamo lotta e fantasia. Sorprendiamoli, sorprendiamoci.

C’è bisogno di radicalità e continuità: lo sappiamo benissimo con chi abbiamo a che fare. Non saranno certo due cortei allegri e festanti a fermare i loro propositi criminali. Bisogna saper colpire con durezza e precisione chirurgica i nodi nei quali si produce e riproduce il potere, con intelligenza e determinazione, senza farci del male inutile. E soprattutto bisogna sapersi non fermare al primo contentino che ci verrà dato in elemosina. Non vogliamo difendere lo status-quo dell’università, nè tantomeno farci promettere qualche euro in più per le aziende che ormai gestiscono i consigli di amministrazione delle nostre università. Vogliamo una università radicalmente nuova, rivoluzionata e rivoluzionaria. In strada tutti i giorni, tutto il giorno, (e qui scusate la banalità) fino alla vittoria.
Da perdere abbiamo al massimo un anno accademico nel nostro percorso formativo. Cos’è di fronte alla fine dell’istruzione pubblica per noi e le generazioni future?

C’è bisogno di stringere i nodi delle lotte: la riforma dell’istruzione si inserisce chiaramente in un piano ben più ampio di riforma dello Stato. E’ solo un tassello (ma fondamentale) per la costruzione di un Paese sotto regime, governato dai profitti di poche aziende private, popolato di masse ignoranti e sottopagate. Bisogna fermare questo piano distruttivo, unendo le lotte di studenti e insegnanti dalle materne alle università, precari, lavoratori di ogni categoria, migranti e di tutte quelle categorie che sono messe sotto attacco da parte del governo.

Io sono del parere che per ottenere qualcosa basta volerlo. Non è affatto semplice, per questo bisogna volerlo fortemente. Ma credo che ognuno di noi desideri fortemente vivere in un’Italia diversa. A partire dalla propria scuola o facoltà universitaria.
Per questo, a parte tutto, c’è bisogno di tutti, della forza vitale, creativa e ribelle di ognuno di noi.

Venerdì 8 corteo nazionale studentesco a Roma
appuntamento ore 9 piazzale dei partigiani